Lo Smart Working e la pausa caffè

Lo Smart Working e la pausa caffè… a casa propria. Chi lavora da casa dice di apprezzare lo Smart Working. Ma aggiunge: “Mi manca la pausa con i colleghi, alla macchinetta del caffè“.

Farsi il caffè in cucina è qualcosa di diverso? La risposta, purtroppo, non è così scontata. Capire il valore della pausa caffè sul luogo di lavoro offre importanti spunti, che vedremo rapidamente insieme. Spunti utili per aumentare l’efficienza, la serenità e la produttività dello Smart Working.

I numeri e la politica dello Smart Working

L’indagine “Infojobs Smart Working 2020″ dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano è stata realizzata a marzo, su un campione di 189 aziende e 1149 candidati. Circa il 70% degli smart workers si è detto soddisfatto della nuova condizione lavorativa e oltre il 90% di loro pare aver raggiunto gli obiettivi richiesti. Durante l’emergenza, gli smart workers sono aumentati ed è cresciuta anche la percentuale individuale di soddisfazione. Invece le difficoltà concernono l’utilizzo ottimale delle tecnologie digitali e alcuni aspetti della policy organizzativa.

Ad esempio, risultano ancora complesse le tempistiche, i comportamenti e gli stili di leadership, ma soprattutto alcuni aspetti della comunicazione interna ed interpersonale. Anche dopo questa emergenza, diverse imprese saranno sempre più propense allo Smart Working. Tanto vale chiedersi come cambiare mindset, in che modo migliorare il lavoro e a quale prezzo. Inoltre, è importante preventivare con quale costanza potranno mantenersi nel tempo i buoni risultati raggiunti. Cominciamo da una piccola osservazione: lo Smart Working e la pausa caffè.

E’ vero che il lavoro da casa rivoluziona il modo di vivere la professione e le relazioni, creando un’enorme quantità di passaggi di informazioni. Ma quale tipo di informazioni vengono passate? Per lo più informazioni esplicite: informazioni di servizio, decisionali, che spiegano come svolgere i compiti da soli e in team, etc. Tutte queste informazioni, messe nero su bianco o videoregistrate, esigono chiarezza, ordine, razionalità. E sono assai diverse dalle informazioni che ci si scambia dal vivo, in azienda, davanti alla macchinetta del caffè.

Come gira il fumo alla macchinetta del caffè

La pausa in azienda alla macchinetta del caffè non è certo uguale ad una riunione della NASA. Non è neppure un meeting ufficale del team e non comporta nessun vincolo o presa di posizione sulle decisioni d’impresa. Tuttavia, trattasi di un’occasione di comunicazione implicita, ossia di un’occasione in cui emerge prepotentemente il valore nascosto delle relazioni d’ufficio. Qualcuno ha paragonato il lavorare molto tempo da remoto alla preparazione di un esame da privatista. Si studiano esattamente le stesse cose del frequentante, ma si perde parecchio in termini di apprendimento informale.

Ciò che si apprende in assenza del contatto fisico con i propri collaboratori, non è paragonabile al subodorare nè allo sfogare nè al confessare quelle emozioni e intenzioni che possono fare la differenza sul lavoro. Che possono creare un solco fra una reale propensione allo svolgimento ottimale del compito, un reale impegno, e le potenzialità di un goal. Come esperta di Comunicazione Non Verbale comprendo quanto siano differenti le dinamiche di una riunione in videoconferenza rispetto a quelle di una riunione dal vivo. So quanto conta esserci o non esserci fisicamente, specialmente quando desideriamo conseguire particolari obiettivi negoziali.

Del resto, ho vissuto anch’io le pause ai corsi di formazione, mentre si faceva a gara per chi avrebbe offerto il caffè, cercando di capire come gira il fumo in azienda. In quei momenti di confronto spontaneo può capitare di percepire l’aria che tira in merito a un determinato problema o mansione. O di raccogliere le ipotesi creative di un problem solving. Durante le pause caffè impariamo a decodificare i segnali deboli (impliciti) che ci vengono dall’osservazione dei nostri clienti, fornitori, collaboratori. Il rischio di lavorare troppo tempo da remoto, in pratica, è quello di perdere l’attitudine all’empatia.

Il lavoro non è un luogo

Probabilmente lo Smart Working e la pausa caffè, nonché la particolare situazione COVID, ci aiutano a capire tante cose. Il luogo di lavoro è importante, ma il lavoro di per sé è molto, molto di più di ciò che pensiamo. Lavoro è… sentirsi utili, persone di valore, riconosciute, in grado di gestire le comunicazioni nel modo più chiaro e sintetico possibile. E’ migliorare l’autogestione, il senso del tempo e la responsabilità. Soprattutto lo smart worker ama sentirsi degno di ricevere la fiducia del proprio datore di lavoro. Giacché il vecchio concetto che chi lavora lo fa solo quando è controllato è decisamente sorpassato.

I bisogni individuali e di autorealizzazione cambiano sempre più velocemente, ma l’idea che il lavoro nobiliti l’uomo ha un suo fondamento: non solo costituzionale. Il consiglio per le aziende è dunque quello di puntare ad un’organizzazione lavorativa più flessibile e più agile, dando spazio ad autonomia ed efficienza. Ma soprattutto il consiglio è quello di riconoscere al lavoratore l’esigenza di socializzare, di usare la comunicazione implicita, la libertà di espressione e di parola. Senza sopprimere tutti gli incontri… alla macchinetta del caffè.

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