Lo Smart Working e la pausa caffè

Lo Smart Working e la pausa caffè… a casa propria. Chi lavora da casa dice di apprezzare lo Smart Working. Ma aggiunge: “Mi manca la pausa con i colleghi, alla macchinetta del caffè“.

Farsi il caffè in cucina è qualcosa di diverso? La risposta, purtroppo, non è così scontata. Capire il valore della pausa caffè sul luogo di lavoro offre importanti spunti, che vedremo rapidamente insieme. Spunti utili per aumentare l’efficienza, la serenità e la produttività dello Smart Working.

I numeri e la politica dello Smart Working

L’indagine “Infojobs Smart Working 2020″ dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano è stata realizzata a marzo, su un campione di 189 aziende e 1149 candidati. Circa il 70% degli smart workers si è detto soddisfatto della nuova condizione lavorativa e oltre il 90% di loro pare aver raggiunto gli obiettivi richiesti. Durante l’emergenza, gli smart workers sono aumentati ed è cresciuta anche la percentuale individuale di soddisfazione. Invece le difficoltà concernono l’utilizzo ottimale delle tecnologie digitali e alcuni aspetti della policy organizzativa.

Ad esempio, risultano ancora complesse le tempistiche, i comportamenti e gli stili di leadership, ma soprattutto alcuni aspetti della comunicazione interna ed interpersonale. Anche dopo questa emergenza, diverse imprese saranno sempre più propense allo Smart Working. Tanto vale chiedersi come cambiare mindset, in che modo migliorare il lavoro e a quale prezzo. Inoltre, è importante preventivare con quale costanza potranno mantenersi nel tempo i buoni risultati raggiunti. Cominciamo da una piccola osservazione: lo Smart Working e la pausa caffè.

E’ vero che il lavoro da casa rivoluziona il modo di vivere la professione e le relazioni, creando un’enorme quantità di passaggi di informazioni. Ma quale tipo di informazioni vengono passate? Per lo più informazioni esplicite: informazioni di servizio, decisionali, che spiegano come svolgere i compiti da soli e in team, etc. Tutte queste informazioni, messe nero su bianco o videoregistrate, esigono chiarezza, ordine, razionalità. E sono assai diverse dalle informazioni che ci si scambia dal vivo, in azienda, davanti alla macchinetta del caffè.

Come gira il fumo alla macchinetta del caffè

La pausa in azienda alla macchinetta del caffè non è certo uguale ad una riunione della NASA. Non è neppure un meeting ufficale del team e non comporta nessun vincolo o presa di posizione sulle decisioni d’impresa. Tuttavia, trattasi di un’occasione di comunicazione implicita, ossia di un’occasione in cui emerge prepotentemente il valore nascosto delle relazioni d’ufficio. Qualcuno ha paragonato il lavorare molto tempo da remoto alla preparazione di un esame da privatista. Si studiano esattamente le stesse cose del frequentante, ma si perde parecchio in termini di apprendimento informale.

Ciò che si apprende in assenza del contatto fisico con i propri collaboratori, non è paragonabile al subodorare nè allo sfogare nè al confessare quelle emozioni e intenzioni che possono fare la differenza sul lavoro. Che possono creare un solco fra una reale propensione allo svolgimento ottimale del compito, un reale impegno, e le potenzialità di un goal. Come esperta di Comunicazione Non Verbale comprendo quanto siano differenti le dinamiche di una riunione in videoconferenza rispetto a quelle di una riunione dal vivo. So quanto conta esserci o non esserci fisicamente, specialmente quando desideriamo conseguire particolari obiettivi negoziali.

Del resto, ho vissuto anch’io le pause ai corsi di formazione, mentre si faceva a gara per chi avrebbe offerto il caffè, cercando di capire come gira il fumo in azienda. In quei momenti di confronto spontaneo può capitare di percepire l’aria che tira in merito a un determinato problema o mansione. O di raccogliere le ipotesi creative di un problem solving. Durante le pause caffè impariamo a decodificare i segnali deboli (impliciti) che ci vengono dall’osservazione dei nostri clienti, fornitori, collaboratori. Il rischio di lavorare troppo tempo da remoto, in pratica, è quello di perdere l’attitudine all’empatia.

Il lavoro non è un luogo

Probabilmente lo Smart Working e la pausa caffè, nonché la particolare situazione COVID, ci aiutano a capire tante cose. Il luogo di lavoro è importante, ma il lavoro di per sé è molto, molto di più di ciò che pensiamo. Lavoro è… sentirsi utili, persone di valore, riconosciute, in grado di gestire le comunicazioni nel modo più chiaro e sintetico possibile. E’ migliorare l’autogestione, il senso del tempo e la responsabilità. Soprattutto lo smart worker ama sentirsi degno di ricevere la fiducia del proprio datore di lavoro. Giacché il vecchio concetto che chi lavora lo fa solo quando è controllato è decisamente sorpassato.

I bisogni individuali e di autorealizzazione cambiano sempre più velocemente, ma l’idea che il lavoro nobiliti l’uomo ha un suo fondamento: non solo costituzionale. Il consiglio per le aziende è dunque quello di puntare ad un’organizzazione lavorativa più flessibile e più agile, dando spazio ad autonomia ed efficienza. Ma soprattutto il consiglio è quello di riconoscere al lavoratore l’esigenza di socializzare, di usare la comunicazione implicita, la libertà di espressione e di parola. Senza sopprimere tutti gli incontri… alla macchinetta del caffè.

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I collegamenti al tempo del Coronavirus

Quali sono i collegamenti al tempo del Coronavirus? Che cosa si intende con ‘collegamento’? La parola collegamento è sinonimo di connessione, una connessione stabilita nel tempo e nello spazio secondo un determinato piano. Vale a dire, con un obiettivo.

Se nell’articolo precedente abbiamo esplorato sette consigli utili per vincere l’incertezza e la paura di oggigiorno, ora parliamo della necessità di mantenere e creare dei collegamenti veramente vantaggiosi in questa situazione.

Scegliere o subire collegamenti al tempo del Coronavirus

Vivendo, ognuno di noi è collegato a qualcosa o a qualcuno: ai propri pensieri, alle persone, ai concetti, a determinati comportamenti. E’ collegato a meccanismi, social e tecnologie. E, naturalmente, ad una propria visione della realtà. In particolare adesso, con la restrizione dei contatti fisici, ciascuno di noi è costantemente connesso ad un mondo virtuale. Veniamo dunque catapultati in un universo parallelo denso di informazioni, dati e immagini. Ma con quale grado di libertà e consapevolezza scegliamo queste informazioni? E come le elaboriamo?

Personalmente, in qualità di esperta di comunicazione cerco di mettere in gioco la mia esperienza per selezionare un certo tipo di informazioni e studiare la maniera in cui mi vengono date. Inoltre, come formatore, mi chiedo quale sia il modo migliore di comunicare oggi con un mio allievo, un’azienda, un collaboratore. Mi domando cioè come, al di là dei contenuti teorici e nozionistici di un meeting, io possa perseguire un ben più nobile obiettivo: essere davvero utile alle necessità e alle aspettative di chi mi sta ascoltando adesso, al tempo del Coronavirus. In sostanza, so benissimo che un corso erogato due mesi fa, oggi deve essere diverso. Per svariati motivi.

I collegamenti al tempo del Coronavirus

La formazione online va considerata nello specifico, nel qui ed ora di una pandemia mondiale, nel qui ed ora di persone chiuse in una stanza grande o piccola che sia, magari col figlioletto che gioca loro accanto, oppure nella solitudine sofferta. Oppure, ancora, in sostituzione delle ferie o della cassa integrazione. Oppure durante un impegnativo smart working senza orari e senza contatto umano. Del resto, lavorare da casa genera spesso una lunga sequela di malintesi, nervosismo e intoppi.

Siamo tutti sulla stessa barca?

La metafora ‘siamo tutti sulla stessa barca’ è adeguata solo in parte. Perché c’è chi lavora e chi no, chi è titolare di un’impresa e chi no, chi ha un computer sempre disponibile e chi no, ecc… Dunque, potremmo dire che ognuno naviga diversamente. Eppure sente di trovarsi sopra una barca di carta, con il peso dell’incertezza, del distanziamento sociale, del cambiamento repentino e in corso. Probabilmente, la sensazione è quella di dover chiudere continuamente le molteplici falle della nave Italia. E quella di correre ai ripari, di fare ciò che possiamo o, al contrario, di non poterlo fare, di essere vittime e carnefici di quanto sta accadendo.

Siamo tutti sulla stessa barca?

Ed è qui che torna utile la frase: i collegamenti al tempo del Coronavirus. Occorre restare connessi e cercare di non perdersi. Guardare la sabbia della clessidra che scende lentamente, il numero dei contagi che altrettanto lentamente scende, riassaporare il tempo, tornare a sognare. Occorre collegare la mente e il cuore al filo azzurro dei nostri valori più profondi e mettere in pratica tante piccole buone azioni quotidiane, che vanno dalla gentilezza all’autodisciplina, al rispetto di chi sta peggio di noi. Alla compassione. Al coraggio. Alla lungimiranza.

L’ho scritto più volte e insisto: occorre costruire qualcosa di utile per il futuro, smettendo di credere di essere impotenti. E per chi, come me, si occupa di docenza e formazione, credo sia necessario impegnarsi a sperimentare e creare corsi online che rispondano a metodi di insegnamento, comunicazione e linguaggio nuovi e significativi, oltre che significanti. L’obiettivo principale della formazione ai tempi del Coronavirus può essere quello di rafforzare le risorse psicologiche ed emotive dell’individuo, del lavoratore, del cittadino. Attraverso la Formazione Online occorre gettare le basi perché lui o lei, l’azienda, la collettività siano capaci di credere e di investire ancora nel domani, con volontà, con energia. Con ottimismo e determinazione.

I collegamenti al tempo del Coronavirus

Amplio la visione e il consiglio non solo ai formatori, ai docenti, agli imprenditori, ai comunicatori, ma a tutti coloro che pubblicano sui social, che inviano messaggi e meme. Creiamo collegamenti virtuosi. Creiamo connessioni. Creiamo ponti: ponti fra ciò che adesso fa fatica ad esistere e sussistere. Ponti fra una barca piena d’acqua e il progetto di un cantiere navale. Ponti fra la pezza che ferma l’acqua e il timone.

Non costruiamo barricate, non innalziamo muri. Ma ponti. E speranza.

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Sette consigli utili per vincere l’incertezza e la paura

Che cosa accadrà domani? Come usciremo da una situazione difficile? Se le risposte non le abbiamo, possono scattare dei processi automatici che generano stati d’ansia e insicurezza. Proviamo dunque a stare meglio, seguendo sette consigli utili per vincere l’incertezza e la paura.

In particolare, abbiamo paura dell’ ignoto, di quello che non conosciamo e che ci destabilizza perché modifica una serie di abitudini e routine. In sostanza, l’ignoto e il cambiamento sono fortemente correlati.

Come vincere l’incertezza e la paura

La paura dell’ignoto e il timore del cambiamento risalgono ai primordi dell’uomo. Il nostro cervello ha sempre cercato di dare un ordine al mondo e, nello stesso tempo, di adattarsi all’ambiente. Da una parte, gli uomini hanno sempre riconosciuto come più sicuro ciò che hanno in qualche modo sperimentato. Gli psicologi chiamano questo atteggiamento “meccanismo di salvezza”. In sostanza, se facciamo quello che abbiamo sempre fatto, andrà tutto bene, perché sappiamo già come affrontarlo. Tuttavia, proprio per adattarci e sopravvivere, abbiamo dovuto fare delle scelte innovative.

L’uomo ha sempe cercato di dare un ordine al mondo

Attualmente, l’emergenza Coronavirus ci ricorda che siamo esseri primitivi e in continua evoluzione. Ci mostra che il cambiamento può avvenire all’improvviso e in maniera indipendente dalla nostra volontà. Ci insegna che le scelte politiche, sociali, ambientali, sanitarie, sono importanti quanto le scelte individuali (ad esempio, restare a casa). Il Coronavirus ci sfida a mettere in moto il cervello per combattere diverse tipi di paure. Ad esempio la paura della malattia e della morte, ma anche la paura di vivere, abitare, lavorare, relazionarci, assai diversamente rispetto al passato.

Certo, questa situazione surreale, forte, dolorosa, mai sperimentata, sembra paralizzare le nostre scelte. Per lo meno sembra limitarle in maniera considerevole. Tuttavia occorre chiedersi: è davvero così? In realtà, al di là di alcune scelte obbligate, oltre la consapevolezza di un’esperienza totalmente nuova e difficile da gestire, questo status quo ci offre moltissime opportunità. Qual è dunque il nostro spazio d’azione? Ecco di seguito sette consigli utili per vincere l’incertezza e la paura dell’ignoto.

1, 2, 3, 4: solidarietà e rinascita

Innanzitutto, non siamo soli. Il vecchio motto del Mal comune mezzo gaudio, in questo caso, calza a pennello. Al di là delle differenze individuali, lavorative, economiche, nazionali… questa sfida ci coinvolge tutti. Ci tocca nel profondo, è collettiva. Necessita l’apporto di ogni singola persona in solidarietà con le altre e di un forte senso di responsabilità. Mai come in altre circostanze la maggioranza di noi Italiani ha dimostrato e dimostra di avere buon cuore, creatività e disponibilità nel condividere competenze e nel darsi una mano.

In secondo luogo, la solidarietà ha il pregio di regalarci più potere contrattuale. Terzo consiglio: la sfida del Coronavirus ci suggerisce che sebbene non siamo del tutto liberi di agire, siamo però liberi di pensare. Sarebbe una buona cosa ricordare che le libertà di pensiero e di parola le abbiamo conquistate con fatica. Rappresentano una parte e il fondamento di una società civile e democratica, sono prerogative dell’uomo evoluto. Libertà di pensiero significa libertà di spaziare, di credere che ci sono tante, tantissime soluzioni diverse al problema.

Nutrire e amare le radici

Dunque è necessario aprire la mente, il cuore, l’intuito. E… la finestra! Infatti, il mio quarto consiglio è quello di osservare la natura. Tutto cambia e tutto sboccia intorno a noi. Possiamo provare la sensazione di collaborare a questa rinascita se ci prendiamo cura di una pianta, se la coltiviamo sul balcone oppure sul davanzale. Io credo che dovremmo avere l’equilibrio di comportarci come fanno gli alberi, che tengono ben salde le radici ma continuano a mutare le proprie foglie. Inoltre, imitando gli alberi, possiamo amare e nutrire le nostre profondità, addobbarci in superficie dei fiori più belli e delle gemme più audaci.

5, 6, 7: valori e comunicazione

Consiglio numero cinque: dato che in questo periodo abbiamo maggiore cura delle nostre case e della qualità della vita famigliare, è altrettanto importante guardarci allo specchio; non tanto per notare qualche chilo in più o un viso meno abbronzato! Piuttosto per riscoprire oltre l’immagine riflessa il nostro vero valore. Un valore fatto di risorse dimenticate, una sorta di piccola cassetta degli attrezzi che ci aiuta a costruire qualcosa di utile per adesso e per il futuro.

Migliorare con la formazione online

Sesto consiglio: è necessario imparare a gestire quelle risorse. Se mancano, bisogna costruirle. Come? Formandoci, facendo corsi online, per migliorare le nostre conoscenze e le competenze tecnologiche. Diventando più abili e più colti. Soprattutto, formatevi nella comunicazione, per non essere vittime di un eccesso di informazione, cattiva informazione, pilotata informazione. Imparando un po’ di comunicazione efficace sarete in grado di capire, discernere e rispondere nel miglior modo possibile quanto vi viene detto e mostrato. Potrete far valere le vostre opinoni, preferenze, bisogni.

Del resto, formare la nostra comunicazione ci aiuta a relazionarci in ambienti ristretti, nello smart working con i colleghi, con le persone che amiamo a distanza. L’ultimo dei sette consigli per vincere l’incertezza e la paura riguarda la musica. Mai come ora è positivo rilassarsi e restare a contatto con l’arte, con tutto ciò che è irrazionale ma bello. Il Coronavirus ci ha costretto a fermarci e ad ascoltare: ascoltiamo ciò che ci piace, dunque. Alterniamo al dovere della formazione e della cura di noi stessi – mente e corpo compresi – la cura della nostra anima.

Conclusioni

Io non sono la stessa persona del prima-Coronavirus, ma non sono neanche la stessa persona di ieri o di domani. Ho le medesime radici, ma possiedo foglie nuove. Perciò consiglio a me e a voi che leggete di accompagnare e vivere il cambiamento sfruttando per quanto possibile questa contingenza, imprevista e incontrollabile, a nostro vantaggio. Perché prima o poi tutto questo finirà: arriveranno altri momenti ed anche quelli appassiranno. La differenza è che, probabilmente, noi non avremo più tempo per prepararci al meglio di quanto ne abbiamo adesso.

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Il segreto del successo

“Gli Americani sono abituati al sogno, noi Italiani alla rassegnazione. In America tutti vogliono condividere i successi degli altri, noi invece speriamo che gli altri cadano, che falliscano.” Che sia questo il segreto del successo?

L’affermazione è di Sabrina Impacciatore, che si rivolge a Bianca Berlinguer durante la trasmissione Carta Bianca, su Rai 3. L’attrice sottolinea che gli Americani sanno fare squadra e che non hanno perso la capacità di sognare.

Il segreto del successo personale e del team

Sicuramente, alla base della mentalità USA c’è il pensiero di Henry Ford, riassunto nel celebre aforisma: “Coming together is a beginning; keeping together is progress; working together is success.” (Mettersi insieme è un inizio, rimanere insieme è un progresso, lavorare insieme un successo). Anche Daniel H. Pink, produttore, giornalista e autore dei discorsi di Al Gore, ha ampiamente trattato nei suoi bestseller il valore del team. In particolare, ha sottolineato il cambiamento delle logiche produttive del mondo del lavoro. Oramai, afferma Pink, è finito il tempo del bastone e della carota.

E’ finito il tempo del bastone e della carota

Sebbene ogni lavoratore ami sentirsi riconosciuto e valorizzato sotto il profilo economico, è anche vero che ogni ulteriore premio non è più sufficiente a fargli realizzare goals più impegnativi. Pink afferma che dalla logica dell’omologazione si deve passare a quella del coinvolgimento dell’individuo, attraverso una politica inclusiva. Il collaboratore, sostenuto dalla fiducia e dalla possibilità di esprimersi in maniera autonoma, deve percepire soprattutto di far parte di un progetto che va al là di se stesso.

Vicino al pensiero di Pink, un altro statunitense, W. Timothy Gallwey, allenatore della squadra di tennis dell’Università di Harvard, ha messo nero su bianco alcuni principi base per consolidare un processo di automotivazione già noto fin dai tempi antichi. Si tratta del processo di coaching, e del relativo team coaching. Il coach non è solo l’allenatore di una squadra sportiva, ma il leader, il responsabile di area o un consulente esterno all’azienda, un professionista che accompagna il proprio coachee alla scoperta dei talenti e delle potenzialità personali.

Le caratteristiche delle persone di successo

E’ soprattutto negli anni ’90 che la figura del coach professionista compare nelle imprese. Può essere paragonata a chi, da bambini, ci faceva sentire importanti e ci aiutava nella crescita, nello sviluppo dei valori e nelle scelte di vita. A chi credeva nei nostri sogni e ci sosteneva, sapendo che ce l’avremmo fatta a trasformarli in realtà. Si pensa infatti che proprio la creatività, sostenuta dalla resilienza e dalla fede assoluta di poter realizzare i propri desideri, sia in assoluto il segreto del successo. Tuttavia, quali altre caratteristiche hanno in comune le persone di successo?

Resilienza e determinazione, segreti del successo

Di certo, una grande determinazione, ottime capacità progettuali e delle buone abitudini. Una su tutte, non rimandare mai ciò che si sono ripromessi di fare. Chi ha successo duraturo è aperto mentalmente e non smette mai di imparare. L’apertura mentale e l’apprendimento gli permettono infatti di saggiare e fiutare un mercato – e un mondo – in perenne cambiamento. Gli permettono di sviluppare piani alternativi pur di raggiungere l’obiettivo, sfruttando il valore della flessibilità e dell’ innovazione. Non di meno, una persona realizzata sa circondarsi dei collaboratori giusti, ne riconosce i meriti e i ruoli specifici.

Anche le neuroscienze ci vengono in aiuto per stabilire che le persone di successo collegano in maniera efficace i due emisferi cerebrali, ossia l’emisfero sinistro dedicato alla logica e al ragionamento, e quello destro dedicato alla creatività e alla immaginazione. Metterli in comunicazione sinergica vuol dire ottenere idee straordinarie dal punto di vista creativo e allo stesso tempo traducibili nella pratica. Si dice che attualmente il 70% degli individui prediliga involontariamente l’emisfero destro. Tuttavia è possibile implementare l’utilizzo e il collegamento dei due emisferi con l’allenamento, come vedremo a fine articolo.

Che cosa significa essere persone di successo

Che cosa significa essere persone di successo?

Essere persone di successo probabilmente non significa per forza indossare una corona. Piuttosto, far coincidere bisogni e desideri; significa amare l’attività che svolgiamo e le relazioni che siamo riusciti a consolidare nel tempo. In breve, provare spesso emozioni piacevoli e di appagamento, riconoscere una certa congruenza tra quello che vorremo essere e quello che veramente siamo. A questa stregua la parola successo non connota il solo benessere materiale, ma il poter godere di una buona socialità, grazie alla capacità di fare networking. Costruire buone relazioni basate sulla reciprocità, sul dare e sull’avere, è alla base della realizzazione sul piano professionale e sul piano umano.

Per questo motivo il taglio psicologico e creativo che dò sempre ai miei corsi risulta il segreto del successo per approfondire a 360° i diversi topic. Poco fa ho scritto che è possibile implementare l’utilizzo e il collegamento dei due emisferi cerebrali con l’allenamento. Come? Ad esempio frequentando corsi che migliorino l’intelligenza emotiva, che sviluppino il problem solving, e che offrano consigli pratici mediante l’uso delle cosiddette mappe mentali. Cosa sono le mappe mentali? Ne riparleremo presto, sempre qui, sul blog.

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Problem solving: risolvere i problemi con una strategia.

Chi conosce il Test dei Nove Punti, altrimenti detto test di Watzlawick? Può essere un esercizio utile per allenare il problem solving.

Il test consiste in una sfida: riuscire a unire tutti i nove punti disposti come nella figura qui sotto. Ma occorre usare solamente quattro linee e non staccare mai la matita dal foglio!… Fatto?

Il famoso Test dei Nove Punti

Che cos’è il problem solving? Nel 1976 MacCrimmon e Taylor, all’interno di uno studio sui sistemi di pianificazione strategica e dell’elaborazione cognitiva, hanno definito il sorgere di un problema come un gap tra lo stato attuale e quello desiderato. In tal senso il problem solving è un’attività del pensiero che un organismo o un dispositivo di intelligenza artificiale mettono in atto per sanare questo gap. Dunque il problem solving è un processo, il complesso delle tecniche e delle metodologie necessarie a una strategia.

Risolvere i problemi con una strategia

Il primo passo del problem solving è quello di individuare il problema, averne consapevolezza. Il secondo, definire il problema. Successivamente, sarà possibile fare un’analisi approfondita per comprendere le sue origini. Si comporta alla stessa maniera un medico, quando osserva i sintomi di una malattia e tenta di scoprirne le cause. Il medico utilizzerà un metodo sperimentale, insieme alle competenze e all’esperienza accumulata. Infine, produrrà una diagnosi e proporrà una terapia. Egualmente il problem solving necessita la formulazione di varie ipotesi di soluzione. In una sorta di brain storming.

Subito dopo questa fase entra in gioco il potere decisionale. Decision making: quale strada sceglieremo, quale porta apriremo? Le variabili legate al tipo di problema e alla soluzione sono molte. Eppure gli esperti cercano di costruire modelli computazionali e teorie che consentano di fronteggiare, in maniera autonoma oppure in team, problemi di differente genere e entità. Del resto, il problem solving si riferisce all’ambito professionale, così come alle sfide quotidiane. Tali sfide potrebbero essere nuove, impreviste e richiedere delle soluzioni rapide, delle scelte immediate.

Quale porta apriremo?

Anche durante i colloqui di assunzione viene richiesta la capacità di problem solving, all’interno delle cosiddette soft skills. Viene lecito chiedersi se si tratti davvero di una competenza, di una forma di intelligenza emotiva oppure di un’attitudine assimilabile a uno spiccato senso pratico, a un forte spirito di adattamento. Di certo il problem solving appartiene a chi ha maggiore ampiezza di vedute o forse, come dice Giorgio Nardone, i buoni solutori sono coloro che “hanno la tendenza a cercare la soluzione piuttosto che la spiegazione“.

Sviluppare il problem solving è possibile

Sviluppare il problem solving è possibile attraverso l’apprendimento di un metodo di rilevazione dei problemi, definizione e formulazione di un piano d’azione. Un piano d’azione può rispondere alle domande potenti del coaching (le famose 5 W inglesi + 1: When, Where, What, Who, Why e … Way! per quale via, il come). E’ importante sottolineare che, mentre nel problem solving la soluzione del problema è raggiunta tramite una costruzione analitica e consequenziale, spesso risolviamo problemi per insight ossia per intuizione. Con un lampo di genio!

L’insight avviene in un unico passo e compare inaspettatamente nella mente del solutore. Consiste nella comprensione improvvisa e subitanea della strategia utile ad arrivare alla soluzione (proprio come accadde ad Archimede quando intuì la risposta che cercava ed esclamò: “Eureka!). Tuttavia gli studiosi credono che dietro al fenomeno dell’insight ci sia una rielaborazione, seppure inconsapevole, di ricordi, di esperienze già vissute e abilità. Una sorta di dejavu che in realtà nasce da un allenamento, da un apprendimento e soprattutto da atteggiamento calmo e fiducioso.

Una buona pratica di problem solving, che trovo molto divertente e innovativa, si chiama ‘visualizzazione aziendale’. Anch’io propongo una pratica simile durante i miei corsi, ispirandomi a Tom Wujec, noto collaboratore di Autodesk, scrittore e professore presso l’Università di Singularity. In questo video Tom ci parla della visualizzazione aziendale, partendo da un semplice… toast!

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L’ intervista in arrivo che vi riguarda da vicino

Il mio blog va in ferie ad agosto, in attesa di una grande novità: intervista in arrivo! A partire da settembre, pubblicherò due articoli al mese. Il primo riguarderà un nuovo argomento, l’altro presenterà un case study sempre su questo Blog. Oppure un’intervista, nella pagina Testimonianze.

Perché l’intervista? Dal 1991 ad oggi ho formato circa trentamila persone, in ambito accademico, scolastico e aziendale. Durante questa lunga attività ho incontrato dei professionisti di rilievo, compresi gli studenti che lo sarebbero diventati. Ancora non immaginavano che avrebbero tagliato traguardi al di là delle loro stesse aspettative! È stato proprio l’incontro con moltissimi giovani a incrementare l’entusiasmo e la valenza del mio lavoro.

Gli incontri giusti per l’ intervista in arrivo

Così, fra centinaia di spettacoli, corsi, docenze, percepivo una sorta di consumo di relazioni. Macinavo in fretta incontri e contatti. Tuttavia cercavo sempre di sintetizzarne la ricchezza, l’unicità. Perché un incontro non è mai una semplice forma di collaborazione professionale. Non è mai, soltanto, il rapporto che si instaura fra un docente e un allievo. Ogni incontro è uno scambio, un’opportunità di crescita e di evoluzione. Perciò ho pensato che alcune esperienze andavano condivise qui con voi.

Ogni incontro è un’opportunità di crescita

L’intervista mi è sembrato il mezzo migliore. Vi permetterà di scoprire in pochi minuti la storia di uomini e donne che si sono realizzati in diversi ambiti lavorativi, dall’imprenditoria alle istituzioni, dal mondo della moda al web. Ma come sono riusciti a realizzarsi? Con quali basi, con quali strumenti? Quale valore aggiunto hanno ottenuto grazie ai miei corsi? Qualcuno di loro potrebbe rappresentare per voi un modello, un valido confronto o un motore, che vi sproni a fare meglio e di più? O forse a fare di meglio e… di meno! Giacché la gestione qualitativa del tempo e la capacità di rilassarsi sono di fondamentale importanza.

In altri casi, le domande saranno rivolte a personaggi del mondo dello spettacolo, miei ex allievi e collaboratori. Vi racconteranno le strategie acquisite insieme per focalizzare gli obiettivi. Non conta il fatto che appartengano a diversi settori professionali. Poiché esistono delle spinte motivazionali, delle tecniche virtuose e dei processi di problem solving comuni a chiunque viva quotidianamente il rapporto con colleghi, dipendenti, capi, acquirenti.

Dall’ intervista al case study: le testimonianze

A partire da settembre, dunque, qualche intervista in arrivo e dei cases study. Ho scelto di inserire fra gli intervistati, anche chi può dare valore aggiunto al blog indipendentemente dal suo rapporto diretto con me. Mi riferisco alle persone conosciute virtualmente, oppure a certi autori che hanno contribuito alla mia formazione. Tutti sono preziosi testimoni di un sapere condiviso. Lo stesso si può dire dei cases study, vicende reali i cui protagonisti sono testimoni inconsapevoli. Ricordate l’episodio Challenger della Nasa, nell’ambito della comunicazione aziendale intergruppo?

Le interviste per un sapere condiviso

Certamente avrete notato il taglio psicologico che do a tutti gli articoli e alle mie lezioni. Laddove psicologico significa ‘della scienza del comportamento e della mente’. Troppo astratto? Niente affatto. Basti sapere che siccome manca il Nobel per la Psicologia, diversi vincitori dei premi Nobel per l’Economia sono psicologi. Ugualmente, non esiste il Nobel per il Teatro (sostituito dal Premio Tony e dai suoi lontani parenti, gli Oscar per il Migliore Attore, la Scenografia, il Trucco, ecc.). Questa riflessione ci fa capire quanto poco valgano le definizioni e le etichette che attribuiamo ad una professione, a un settore o a un individuo.

L’ intervista in arrivo per parlare di passione

La Giulietta shakespeariana recita:

‘Oh, Romeo, Romeo, wherefore art thou Romeo? Deny thy father, and refuse thy name! or if thou wilt not, be but sworn my love, and I’ll no longer be a Capulet.” E prosegue: “Che cos’è un nome? Quella che chiamiamo rosa anche con un altro nome avrebbe il suo profumo’.

“Quella che chiamiamo rosa anche con un altro nome avrebbe il suo profumo” – W. Shakespeare

Ebbene, anche i miei intervistati saranno come rose. Cioè, pur restando diversamente definiti e connotati dalle proprie competenze, avranno un denominatore comune. Non il colore, non il profumo, per continuare la metafora floreale. Piuttosto, la passione, l’amore per ciò che fanno. Una passione che potremmo definire a energia rinnovabile, dato che nessuno di loro smette mai d’imparare.

Se anche tu fai parte di questo team d’appassionati, se sei pronto a cogliere al volo nuove opportunità di formazione… Allora non perdere nessuna intervista in arrivo, alla pagina Testimonianze.

Anche tu hai qualcosa da raccontare in un’intervista? Scrivi a veronica.talassi@gmail.com

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Scrittura creativa: un mezzo per comunicare meglio

Per comunicare meglio con gli altri occorre, innanzitutto, comunicare meglio con sé stessi. Ed è possibile farlo attraverso la scrittura creativa.

Se non siete avvezzi alla scrittura, potreste buttare giù qualche semplice pensiero. Poi potreste tenere un diario delle vacanze, come se il mare di fronte a voi, i prati o le cime delle montagne fossero dei giganteschi calamai di inchiostro colorato. Allora intingerete la penna in assoluta libertà, senza preoccuparvi della grammatica!

Il diario delle vacanze

Comunicare in maniera più efficace

Meglio usare carta e penna oppure i mezzi digitali? Non importa: scegliete lo strumento che vi è più congeniale. Mentre vi estraniate dalla realtà circostante, state iniziando un vero e proprio dialogo interiore. Qualcosa che, per il momento, riguarda solamente voi. Nessun altro potrà commentare né tantomeno censurare la vostra conversazione privata. Nel caso abbiate vissuto un evento ancora difficile da digerire, mettetelo nero su bianco. Una pagina bianca è più dolce di una lavanda gastrica.

“E adesso che cosa scrivo? come mi esprimo?” – vi chiederete. Don’t panic! non è un tema scolastico e non ci sarà alcun giudizio. Anzi, piano piano, varcherete la soglia di una saggezza più profonda. E al termine dello scritto potrete tirare un sospiro di sollievo. Quasi una liberazione! Perché le emozioni, bussando alla porta della consapevolezza, da tanto tempo volevano uscire allo scoperto. Tale è il potere della scrittura creativa: rendere visibile la mappa ordinata dei vostri pensieri e le sottili pieghe del vostro cuore.

Assai probabilmente svilupperete una maggiore capacità di riflessione. La scrittura creativa è un ottimo esercizio di problem solving, poiché ispira soluzioni alternative. Da alcuni anni viene utilizzata nelle università e nei corsi di formazione come forma di terapia. Può essere utile per scoprire i blocchi e i conflitti che rendono difficile raggiungere determinati obiettivi. “Conosci te stesso” è dunque l’imperativo che la scrittura creativa sviluppa e potrebbe rivelare parti di voi che ancora non conoscete.

Con quale strumento scrivere?

Tu sei le parole che usi

Esistono diversi tipi di scrittura, come la scrittura creativa e la writing therapy (scrittura terapeutica e terapia narrativa associata allo storytelling). Tutto è iniziato negli anni ’80, con lo psicologo americano James W. Pennebaker.  Lo studioso si è concentrato sul rapporto tra utilizzo del linguaggio, salute psichica e rapporti sociali. Il focus della sua teoria è che le parole che utilizziamo quotidianamente sono lo specchio dei nostri processi mentali, sociali e relazionali.

Potremmo coniare lo slogan: “Tu sei le parole che usi. Cambia le parole e cambierai te stesso”. Pennebaker ci invita a sfruttare la scrittura come mezzo per far emergere ciò che non si è palesato alla coscienza e affrontarlo. In buona sostanza, sostiene che scrivere sia un percorso di crescita personale. Ma è davvero così semplice? Proprio come avviene per tutte le cose di valore, si tratta di compiere un processo graduale e virtuoso. Personalmente vi consiglio cinque step:

  • un primo approccio libero, simile a quello che ho suggerito poco fa. Provate a scrivere qualunque cosa, in un qualsiasi momento. Ascoltate le vostre sensazioni
  • rileggete, dapprima a mente e poi a voce alta, il vostro testo. Che effetto vi fa?
  • al terzo step, scrivete qualcosa che potete condividere con gli altri
  • in quarta fase, appunto, condividetelo. Chiedete un feedback sincero
  • se l’esperimento vi affascina e vi diverte, passate al quinto ed ultimo step: un “Corso di scrittura creativa
Dare ordine e colore ai pensieri

Durante il processo, avrete apprezzato il dialogo interiore acceso dalla scrittura. Inoltre potrebbe avervi colpito il feedback di chi ha letto il vostro scritto. A questo punto è necessaria una guida: un esperto di scrittura creativa. Se la scrittura possiede forti potenzialità terapeutiche, quella creativa in particolare acuisce la sensibilità personale, le emozioni e il confronto.

Perché un corso di scrittura creativa

Se amate il confronto, la socializzazione e l’empatia che si possono instaurare con dei compagni di viaggio, un corso di scrittura creativa fa per voi. Apprenderete delle tecniche efficaci, guarderete con maggiore attenzione la realtà e le persone accanto a voi. Rafforzerete la capacità di comunicare un messaggio in maniera ben organizzata e corretta, chiara e precisa. Poi scoprirete che scrivere può essere molto divertente. E dal momento che scrivere riduce gli sforzi psicologici e fisici che spesso tutti facciamo per reprimere rabbia, tristezza, preoccupazione, ecc. vi rilasserete.

Infine, scrivere è un’ottima maniera per concentrarsi sul qui ed ora. Infatti è sempre un atto manuale, artigianale. E’ un’attività che stimola la cura di noi stessi, del nostro mondo interiore: una sorta di look dell’anima. Inoltre, scegliere di raccontarsi può voler dire ricostruire la propria storia. Ad esempio dandole un nuovo significato. Si tratta di un’operazione di storytelling personale che può aiutarvi a capire da dove venite e dove siete diretti.

La scrittura creativa è una forma di meditazione, poichè insegna a coltivare presenza e distacco contemporaneamente. Ci siete voi e un foglio bianco: ecco il punto di congiunzione fra la vita e l’ego, le paure e i desideri. In fondo, la scrittura è un atto d’amore.

Vi attirano delle lezioni di Scrittura Creativa? Scrivete a veronica.talassi@gmail.com

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10 consigli utili per uno storytelling efficace

Raccontami una storia”. Tutti vogliono ascoltare storie emozionanti e che insegnino qualcosa. Vediamo insieme 10 consigli utili per uno storytelling efficace, compreso lo storytelling aziendale (o storytelling management).

Storytelling: non solo marketing

Lo storytelling è l’arte di narrare una storia riuscendo a catturare l’attenzione di chi legge o ascolta. E’ l’arte di accendere un genuino interesse nell’ascoltatore, farlo sentire coinvolto e stimolato a riflettere sui contenuti. Lo stesso avviene nella pubblicità e nel marketing, dove i potenti contenuti narrativi attirano e convincono all’ acquisto.

E in azienda? Sarà capitato anche a voi di fare (o ascoltare) presentazioni aziendali. Spesso si tratta di speech densi di nozioni, dati, statistiche. Probabilmente con informazioni utili sì, ma noiose, oppure poco incisive. Invece il nostro cervello ha bisogno di riconoscere nella narrazione delle componenti emotive. Perché l’ emozione è una delle chiavi dell’apprendimento e della scelta. Anche gli esperti confermano che… le emozioni vendono.

Siamo sempre alla ricerca di emozioni

Certo ricorderete gli spot della Mulino Bianco, che hanno un preciso contesto, dei personaggi, una musica, una storia. Automaticamente collegate la storia a un biscotto o a una merendina. Sicuramente le pubblicità funzionano perché, da che mondo e mondo, le storie sono nate per comunicare dei contenuti da ricordare. Quindi lo storytelling è in parte una tecnica, un’arte e una propensione naturale a voler comunicare un messaggio importante. Come si applica in azienda?

Tutti abbiamo una storia da raccontare

Tutti abbiamo una storia da raccontare: nella vita, sul lavoro, rivolgendoci ai clienti o ai collaboratori. Mediante strumenti cartacei, digitali e relazionali è possibile applicare il format narrativo all’ advertising, al brand management, al personal branding e alla comunicazione integrata. Ogni narrazione veicola e tenta di semplificare un insieme di contenuti e di valori. Ad esempio spiega come è nata la vostra azienda, come siete arrivati a ricoprire il vostro ruolo, qual è la vision d’impresa.

Storytelling significa narrare tutto questo per immagini, parole, suoni. Se imparete a conoscere le regole della narrazione – che derivano dalla letteratura, dalla retorica, dalla psicologia – i vostri speech saranno fortemente persuasivi. Altrettanto cruciali saranno poi la pratica, l’ allenamento e la capacità di cogliere una felice ispirazione. Con un tale equipaggiamento, miglioreranno di certo i vostri stessi progetti, le relazioni , la produttività. Poiché saper comunicare è uno dei segreti del successo.

Lo storytelling può essere rivolto agli interlocutori esterni o interni all’impresa (dipendenti e manager), con diversi obiettivi. Ad esempio per informare, su politiche e prassi da seguire. Oppure per motivare e far accettare dei nuovi cambiamenti. Inoltre, lo storytelling può orientare e persuadere, affinché si assumano determinati standard di comportamento e vengano promossi dei servizi interni.

10 consigli utili per uno storytelling efficace

Importante sottolineare che lo storytelling non vive di improvvisazione. Il discorso narrativo va studiato e scritto con estrema cura, avendo chiare le proprie intenzioni comunicative.  

Vediamo insieme 10 consigli utili per uno storytelling efficace:

  1. Imparate a scrivere un racconto breve. Le sequenze devono avere un corretto ordine temporale e di causa-effetto. Il contesto, i personaggi, l’intreccio funzionano meglio se sono originali ma al tempo stesso familiari, per facilitare un’identificazione.
  2. Sviluppate la cosiddetta economia della narrazione: con poche parole e in pochissimi minuti si devono trasferire parecchi concetti.
  3. Costruite una relazione tra brand, impresa e pubblico. Domandatevi chi è il vostro target e che tipo di relazione intendete creare.
  4. Siate convincenti. Per persuadere l’audience, la storia e la sua narrazione devono essere attraenti, ma non aggressive.
  5. Siate autentici.  Non date mai l’impressione che il racconto abbia il puro scopo di vendere qualcosa.
  6. Emozionate e generate empatia con chi vi legge o vi ascolta. Il racconto deve coinvolgere il target sul piano emotivo più che sul piano razionale (provate a stimolare i cinque sensi!)
  7. Accendete lo sharing: suscitate nell’interlocutore la voglia di condividere la storia con altre persone.
  8. Scrivete una storia memorabile, capace di continuare a vivere nell’immaginario di ciascuno.
  9. Imparate a raccontare come se foste degli attori. Vale a dire: credendoci, con convinzione. E utilizzando tutta la vostra carica espressiva.
  10.  Scegliete il contesto giusto: la storia va narrata in un ambiente adeguato, all’ora giusta, con eventuali supporti visivi e musicali.

Come diventare ottimi comunicatori

Abbiamo visto insieme che lo storytelling può essere estremamente utile per un’impresa. Internamente, per dare linfa vitale all’organizzazione e nuove spinte motivazionali. Oppure per creare un’identità (collettiva o individuale) che permetta di riconoscersi nella vita e sul lavoro. Ancora, per mantenere la memoria, la continuità dei saperi e l’orientamento dei comportamenti. Esternamente, invece, per il marketing e la branding communication.

Conoscere le tecniche della scrittura efficace e del public speaking, della comunicazione verbale e non verbale, può rendervi degli eccellenti narratori. Potreste imparare a promuovere meglio, per prima cosa, voi stessi. Fino a rendere il vostro lavoro più emozionante e accattivante. Che bella storia.

Vi interessa un Corso di Storytelling? Scrivete a veronica.talassi@gmail.com

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Un team troppo unito non funziona.

Un team troppo unito non funziona. Perché un team dove i conflitti vengono sottaciuti può prendere decisioni molto rischiose.

Analizziamo un tipico case study: lo Space Shuttle Challenger.

Il caso dello Space Shuttle Challenger

E’ il 28 gennaio 1986. Christa McAuliffe è la prima insegnante elementare a viaggiare nel cosmo. Tanto che gli studenti di tutto il mondo aspettano la sua lezione di scienze trasmessa dallo spazio. Alla base NASA ci sono tutte le TV in diretta mondiale e le famiglie dei sette astronauti. Lo Space Shuttle parte, vola, ma dopo 73 secondi esplode.

Rapidamente si scopre che la causa dell’incidente è stata una guarnizione in gomma detta O-ring. Tale guarnizione, posta nel segmento inferiore del razzo, ha perso le sue proprietà elastiche a causa del gelo. Di conseguenza non ha retto e dopo la perdita del propellente ha determinato la tragica esplosione. Ma perché il problema è passato inosservato al team responsabile dei controlli?

In realtà, il giorno precedente al lancio, ingegneri e tecnici avevano espresso la propria preoccupazione per il clima gelido. Del resto le guarnizioni in gomma non erano mai state testate a quelle temperature… Tuttavia i funzionari della NASA erano scettici sul parere del team tecnico esterno all’agenzia. Chiesero ai tecnici di rivalutare la situazione e i tecnici cambiarono parere. Queste informazioni non giunsero mai al comandante della NASA, Jesse Moore, che prese la sua fatale decisione.

Il lancio del Challenger

Un team troppo unito non funziona

Come abbiamo visto in un articolo sul Team Building, il gruppo ha delle precise dinamiche. Si tratta di dinamiche strutturali e comunicative che lo caratterizzano. Analizziamo dunque il team della NASA come fosse oggi e il suo modus pensandi. Innanzitutto l’agenzia spaziale è fortemente coesa, altamente performante e determinata al raggiungimento di un obiettivo comune. Funzionari e tecnici stanno lavorando a un progetto importante, di alto profilo.

A Cape Canaveral si respira un’atmosfera molto stressante: il lancio del Challenger è stato rimandato diverse volte. Si teme che il pubblico americano inizi a perdere fiducia nell’istituzione. Allora ecco emergere i tipici sintomi di pensiero gruppale: gli ingegneri si sentono obbligati a conformarsi alla norma del gruppo. Cioè, al desiderio di effettuare finalmente il lancio, anziché rimanere fedeli alla propria idea iniziale.

Mentre la NASA ritiene che i rischi non siano superiori a quelli di qualunque progetto spaziale, si dimostra troppo sicura di sé. Dimostra anche una netta ristrettezza di vedute quando ignora i dubbi dei tecnici, che non sono membri interni all’agenzia. Infine, la NASA ha impedito che l’informazione scalasse la gerarchia, partendo dal basso fino al vertice dirigenziale!

E’ sempre meglio passare l’informazione

Pensiero gruppale e conflitti

Sull’onda dell’ipotesi di Irving Janis (1971, 1982), di Turner, Spears (1998) e altri psicologi, si è definito il caso Challenger come un tipico caso di Groupthink o pensiero gruppale. L’ ingroup NASA, forte della categoria di appartenenza, ha dato peso a informazioni rilevanti soltanto per la propria identità condivisa. E’ proprio ciò che avviene nel pensiero gruppale: si sostengono idee che sono in linea con le norme del proprio gruppo, mentre si respingono quelle che provengono dall’esterno (outgroup).

I membri dell’ingroup hanno un forte senso di ‘noi’ e di ‘loro’. Dunque lavorano per sviluppare una concezione positiva di sé stessi, tanto da perdere il senso della realtà. Tanto da non accorgersi che una minaccia paventata dai membri dell’outgroup sia reale. In sostanza il team della NASA ha polarizzato e consensualizzato in modo univoco i membri del team verso un’unica visione comune.

In conclusione, un team troppo unito non funziona. La coesione positiva deve comprendere sia un atteggiamento aperto agli outgroup sia la capacità di mettersi in discussione. A tutti occorre dare la possibilità di esprimersi liberamente, se non addirittura di portare alla luce dei conflitti. I conflitti devono emergere. Poi, naturalmente, bisogna saperli gestire. Ma questa è un’altra storia…

Vuoi costruire un team che funziona davvero? Scrivi a veronica.talassi@gmail.com

Credit immagini: https://www.svagonews.com/disastro-del-challenger-la-nasa-commemora-lanniversario-delle-tragedie-spaziali/ – https://it.wikipedia.org/wiki/Space_Shuttle_Challenger#/media/File:Challenger_launch_on_STS-7.jpg