L’ intelligenza emotiva e le intelligenze multiple.

Hai mai sentito parlare di intelligenza emotiva? Che cosa c’entrano le emozioni con il Quoziente Intellettivo?

Molte sono le credenze sul difficile rapporto fra mente e cuore, razionalità e istinto. Eppure i neuroscienziati hanno scoperto che non esistono emozioni del tutto positive o del tutto negative. Perché se le controlli correttamente, le emozioni possono renderti più intelligente e più capace. Conoscere e amministrare i propri stati emotivi significa migliorare l’apprendimento, la motivazione, la capacità di decidere e di centrare gli obiettivi.

Cattive e buone notizie

Purtroppo al giorno d’oggi le persone provano sempre più solitudine e depressione, rabbia e ribellione, ansia e nervosismo. Sono persino più impulsive e aggressive! Ma c’è una buona notizia: è possibile prevenire i disagi emozionali dei bambini e riparare (aggiustare, migliorare, potenziare) il modo di sentire degli adulti. Dunque, prendendo in esame le emozioni che proviamo troppo intensamente, che ci sopraffaggono e non ci fanno stare bene potremmo: 1) riconoscerle 2) accettarle 3) trasformarle.

Fin dagli anni ’80 gli psicologi si sono chiesti se le emozioni possano renderci in qualche modo più intelligenti. Fra loro, Gardner, Sternberg, Salovey, Bion, Mayer, Goleman negano infatti l’esistenza di un’unica intelligenza misurabile (per intenderci, quella dei vecchi test sul Q.I.). Le loro teorie prevedono un’ intelligenza emotiva capace di predire le probabilità di successo in ambienti diversi da quello scolastico. In questo modo si sviluppano nuovi metodi di valutazione nell’ambito delle Risorse Umane.

Attingere dalla profondità delle emozioni…

All’Università di Harvard, Howard Gardner ha elaborato la teoria delle intelligenze multiple (1983, Frames of mind). Secondo Gardner, diversi tipi di intelligenza sono presenti in tutti gli esseri umani e la differenza tra le relative caratteristiche intellettive e di prestazione va ricercata nelle combinazioni di nove tipi di intelligenze. Attualmente non è stato possibile isolare parti del cervello responsabili di ciascuna specifica intelligenza. Tuttavia la teoria ci consente di analizzare i problemi da differenti prospettive.

Le intelligenze multiple e l’ intelligenza emotiva

Ecco i nove tipi di intelligenza di Gardner. Si tratta di intelligenze multiple che possono favorire il problem solving (prova il test!):

  • Logico matematica: In che modo posso schematizzare il problema? Cosa accadrebbe se usassi schematizzazioni differenti?
  • Linguistica: In che modo il vocabolario con cui ho descritto ed analizzato gli elementi del mio problema è stato limitante? Come potrebbe essere modificato o espanso?
  • Musicale: In che modo le musiche, i suoni, i rumori, le voci concorrono alla situazione problematica? Come è possibile intervenire su questi fattori?
  • Corporea-cinestetica: Quali movimenti è possibile alterare? Quali è possibile sfruttare e produrre? (ricordate il Body Language?)
Le intelligenze multiple di Gardner
  • Spaziale: Quali sono le relazioni spaziali che sussistono tra gli elementi del problema? In che maniera è possibile modificarle? Come si possono sfruttare al meglio quelle presenti?
  • Naturalistica: Ci sono elementi naturali che intervengono nella situazione problematica? Il tempo? Le distanze? Elementi atmosferici? Come è possibile massimizzarne i benefici e minimizzarne i danni?
  • Intrapersonale: In che modo le tue idee, le tue emozioni, i tuoi pensieri si relazionano tra loro e/o con il tuo problema? Come è possibile rendere queste entità o queste relazioni positive?
  • Interpersonale: Quali persone intervengono nella situazione problematica? In che modo si relazionano con te? In che modo queste relazioni ti danneggiano o ti favoriscono? Come posso intervenire?
  • Esistenziale: In che modo il problema può essere incluso in un contesto più ampio? (valori, conflitti di sacralizzazione, ecc.)  

Successivamente Daniel Goleman (1995) ha coniato espressamente il termine di intelligenza emotiva. Secondo Goleman esistono cinque caratteristiche (meta-abilità) che ci permettono di restare sempre in contatto con il mondo interiore emozionale. In questo modo possiamo ritrovare un’armonia con noi stessi. Le emozioni costituiscono l’essenza del successo dei rapporti interpersonali e la risoluzione dei conflitti.

L’ intelligenza emotiva al lavoro

La ricerca di Goleman ha indicato che per il successo nell’ambito lavorativo, l’intelligenza emotiva è doppiamente importante (il 66% rispetto al 34%) in confronto alla conoscenza accademica o tecnica. Il che vale per tutti, non solo per i leader, in termini sia di rapporti interpersonali sia di produttività. Per i ruoli di leadership, la differenza è ancora maggiore (85% rispetto al 15%).

Dunque è altamente consigliabile approfondire la propria formazione e la capacità di feedback, sviluppando le cinque aree dell’ intelligenza emotiva, quali:

  1. consapevolezza di sé
  2. gestione del sé
  3. empatia
  4. motivazione
  5. abilità sociali

Durante i miei corsi vediamo insieme come sfruttare l’ intelligenza emotiva e come usare delle tecniche (ad esempio la R.E.B.T. di Ellis) che ci rendono padroni delle nostre emozioni. Giacché ogni giorno ciascuno di noi porta al lavoro e nella vita privata un ‘io’ completo, fatto di mente e di cuore. Entrambi si devono assistere e sostenere a vicenda. Questa è la nostra forza.

Ti interessa un corso sull’ intelligenza emotiva? Contattami! veronica.talassi@gmail.com

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Teatro d’impresa: un nuovo modo di fare formazione

Secondo Wikipedia “Il teatro d’impresa ha lo scopo di unire l’arte e il business applicando le metodologie tipiche dell’arte teatrale in ambito formativo, organizzativo, comunicativo e promozionale all’interno delle aziende.”

Attraverso il suo spirito ludico e di gruppo, il teatro d’impresa offre grandi risorse per il team building e non solo!

Che cos’è il teatro d’impresa

Generalmente, per teatro d’impresa si intende una serie di eventi o spettacoli portati in azienda da attori professionisti. Ma s’intende anche un processo formativo che ha per protagonisti i dipendenti dell’azienda stessa. Del resto l’azienda vive di ruoli interdipendenti l’uno dall’altro, di obiettivi, risorse da valorizzare, così come accade ad un’equipe teatrale. Spesso però l’azienda possiede conflitti e problemi quali la resistenza al cambiamento e una scarsa creatività.

Per questo motivo, nel 1984, il regista Christian Poissonneau, crea in Canada la prima forma di teatro d’impresa, e afferma: “Il teatro d’impresa dà la possibilità agli attori organizzativi di riflettere sui propri comportamenti per cambiare e migliorare se stessi e l’organizzazione in cui lavorano” (C. Poissonneau, 2003).

In collaborazione con l’esperto di gestione del personale Michel Fustier, applica la metodologia teatrale alla formazione aziendale e la divulga. Tanto che a Parigi nascono diverse società di formazione e di consulenza teatro-aziendali. In Gran Bretagna si diffonde il cosiddetto Business theatre. In Italia, l’Associazione Nazionale Formatori organizza il primo Festival del Teatro D’impresa (Bologna, 2011).

“Tutto il mondo è un palcoscenico”. (W. Shakespeare)

Quali risultati consegue il teatro d’impresa? Attraverso la sua valenza esperienziale, garantisce ai partecipanti la possibilità di apprendimento con un metodo induttivo. Tutti possono mettersi in gioco in un clima sereno, divertente e privo di giudizio; apprendono con entusiasmo gli argomenti trattati. Poi li rielaborano personalmente, dimostrando maggiore flessibilità e intraprendenza nel contesto aziendale.

Tipologie e finalità del teatro in azienda

Ecco tre tipologie di teatro d’impresa che a mio parere funzionano molto bene:

1) Teatro attivo, nel quale i dipendenti, coinvolti in maniera interattiva, emotiva e corporea, imparano rapidamente un metodo di scrittura efficace. Quindi scrivono delle scene ispirandosi a situazioni vissute sul lavoro. Successivamente le rappresentano, sviluppando il proprio linguaggio verbale e il body language. Attraverso la metafora teatrale si formano nuovi punti di vista, migliorano l’ analisi della situazione e naturalmente il problem solving.

2) Team buinding teatrale e self-theatre. Si focalizzano entrambi su un training di gruppo e sulla successiva messa in scena di uno spettacolo, che può essere a tema libero o promozionale per l’azienda. Questo tipo di esperienza assicura il miglioramento delle capacità di comunicazione del team e potenzia le performance individuali. Giacché facilita la gestione del proprio ruolo e due tipi di condivisione: quella delle proprie skills e della vision aziendale. Inoltre, se strutturato su più gruppi, il team buinding teatrale produce ampio sharing.

L’elemento ludico non può mancare nel teatro d’impresa

3) Laboratorio teatrale: a differenza delle tipologie precedenti, il laboratorio teatrale si concentra sul percorso ludico ed emozionale dei partecipanti. Pur senza realizzare un prodotto finale, i partecipanti sviluppano attitudini speciali, quali l’assenza di giudizio e la fiducia nel team. Grazie ad esercizi vocali e corporei migliorano le proprie capacità espressive, il public speaking, l’autoconsapvolezza e l’assertività.

In tutti i casi la formazione può coinvolgere persone di una stessa azienda o interaziendali. Ciò permette confronti costruttivi tra esperienze e vissuti organizzativi differenti.

Giocare a teatro per fare sul serio

Potremmo affermare che il gioco drammatico insegna a mettersi in gioco… sul serio! Per questo è necessario che il formatore possieda notevole competenza e professionalità nell’ambito teatrale, senza rischiare di trasformare il processo in un puro divertimento. Nel mio caso, i trent’anni di esperienza che ho maturato in veste di regista, attrice e autrice, con 500 laboratori all’attivo, garantiscono qualità particolari alla mia formazione.

Qualsiasi corso io diriga, inserisco tecniche e linguaggio teatrali. Inoltre curo con molta attenzione il debriefing e la valutazione finale dell’intervento formativo. Poiché queste fasi sono fondamentali per verbalizzare l’esperienza e trasferire concretamente l’apprendimento in ambito organizzativo.

Unendo all’esperienza teatrale gli ultimi studi di scienze psicosociali della comunicazione, amo facilitare quella necessità di cambiamento richiesta alle nuove aziende e ai nuovi leader. Infatti, la formazione teatrale propone strategie di adattamento e rinnovamento, nonché la capacità per chi lavora di riuscire a reinventarsi ed inserirsi in contesti che mutano continuamente.

Il team building teatrale sostiene il passaggio da una concezione rigida con ruoli stabiliti dal vertice aziendale – una dimensione lavorativa prettamente tecnica ed addestrativa – ad un nuovo modello di organizzazione, costituito da una maggiore attenzione alle risorse umane.

In sintesi, potremmo dire che il teatro d’impresa è un modello formativo volto al ‘saper essere’ oltre al ‘saper fare’.

Se ti interessa il teatro d’impresa, contattami! veronica.talassi@gmail.com

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Body language: il corpo parla e non mente mai.

Ognuno di noi, mentre comunica, utilizza un linguaggio verbale e un linguaggio del corpo, o body language. Sapevi che le tue parole contano solo il 7% della comunicazione totale?

Possono contare di più se le dici in un determinato modo (linguaggio paraverbale) e soprattutto se le corredi di un ottimo body language. Anche perchè, a differenza di quanto pronunci e ascolti, il corpo parla e non mente mai.

Il corpo parla e non mente mai

Se osservi questa foto, credo affermerai con sicurezza che i bambini sono contenti, e probabilmente hanno vinto una partita a videogames. Non diresti mai che sono tristi o annoiati, giusto? Perché? Perchè il loro corpo esprime determinate emozioni. E non basta un sorriso a suggerirtele.

L’Y della vittoria, tipica del body language

Ad esempio, puoi notare gli occhi spalancati, le braccia sollevate del bambino di sinistra e la mano della bimba che indica lo schermo. Il maschietto ha assunto la classica postura a Y, con il busto eretto e le braccia sollevate in alto, un po’ divaricate. Il che significa: “Ho vinto!”. Certamente hai già visto una posa simile nei calciatori che hanno segnato un goal, in un campione che esulta dopo un macht di pugilato, ecc.

La prossemica inoltre, ossia lo spazio condiviso dai bambini in foto, ti fa pensare che i due siano complici, anziché antagonisti. Non solo: il braccio della bimba piegato verso la pancia può suggerirti che probabilmente la vittoria è giunta inaspettata e la bimba non ha fatto in tempo a staccarsi dalla scrivania. Oppure, puoi dedurre che lei abbia un carattere più riservato del maschietto.

Come vedi, queste deduzioni sono piuttosto semplici, innate, ci mettono tutti d’accordo. Capire il linguaggio del corpo è un talento naturale, anche se, come in tutte le cose, il talento da solo non basta.

Body language, un linguaggio innato e universale

Il body language è un linguaggio innato, i cui codici risiedono nel cervello rettile, nell’amigdala, in grado di farci reagire ad un evento in maniera spontanea e immediata. Spontanea significa: che non riesci a nascondere! Certo il linguaggio del corpo fa parte dell’evoluzione umana ed infatti le posture che assumi, così come la maggior parte dei gesti che usi per comunicare, sono universali.

Naturalmente esistono delle differenze culturali tra un paese e l’altro: tutti sanno che noi italiani gesticoliamo moltissimo e che tutti interpretiamo come “Ok” il gesto fatto unendo pollice e indice fra loro. Eppure lo stesso gesto assume il significato di “Vali zero!” in Francia!

Che dire poi della prima impressione? Tutto ciò che osserviamo di un’altra persona, in pochi secondi, a partire dal suo look, ci fornisce un’idea che influenzerà molto l’intera comunicazione. A volte, un’intera relazione.

Naturalmente, così come fanno i politici, i leader, gli attori… anche tu puoi imparare a gestire meglio il tuo body language e decidere in quale maniera vestirti, atteggiarti, muoverti, parlare in pubblico per evitare errori di comunicazione. E per risultare più attraente, carismatico e persuasivo, come viene mostrato nel video.

Magari tu non dovrai intraprendere una campagna presidenziale come Donald Trump e Hillary Clinton, ma di certo dovrai affrontare tutti i giorni una lotta per posizionarti in cima alle preferenze di qualcuno. Sia esso un cliente, un capo, un collaboratore in azienda, una platea oppure un potenziale partner. Tanto vale cercare di migliorare il tuo body language.

Il potere del body language

Nei miei corsi aiuto a riconoscere i segnali di apprezzamento, di rifiuto, di tensione e di menzogna del body language, che vale ben il 55% della comunicazione efficace. Di conseguenza potresti:

  • risparmiare tempo e fatica nelle relazioni professionali e personali
  • avere maggiore consapevolezza del tuo potere comunicativo
  • sviluppare l’intuizione e l’empatia
  • riuscire a riconoscere le bugie e le vere intenzioni del tuo interlocutore
  • gestire le emozioni negative e potenziare le emozioni positive (powerposing)
  • affrontare con serenità e sicurezza ogni incontro
  • migliorare il tuo public speaking
Body language: gli sguardi e la postura del busto

Dunque, approfondire il body language permette di conoscere meglio sé stessi e gli altri. Ti aiuta a capire e gestire quello che provi, raggiungere i tuoi obiettivi comunicativi e potenziare la leadership. Sicuramente riuscirai ad ascoltarti meglio, ad essere più determinato e rilassato, giacchè il corpo è teatro delle tue stesse convinzioni e comunica a te per primo quello che desideri veramente!

Ecco una slide che riassume alcuni argomenti dei miei corsi, spesso svolti in azienda. Qui la teoria si affianca alle ultime scoperte della comunicazione efficace e si mette in pratica subito, con dei training emozionanti e divertenti:

Una slide dei miei corsi di Body language

Bastano poche ore insieme per iniziare ad aprire la mente, acuire la sensibilità e scoprire che le nostre parole sono solo la punta di un iceberg. Amministrare e decodificare il body language significa scendere in profondità. Vuol dire raccogliere dati sulla personalità e sulle intenzioni del nostro interlocutore, instaurando un rapport più assertivo e vincente.

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La necessità di sapere che cos’è il coaching

Che cos’è il coaching? Certamente avrete sentito parlare del coach inteso come allenatore di una squadra sportiva. Oppure del life coach, una figura che accompagna il cliente a raggiungere determinati obiettivi nella vita.

Anche in azienda è sempre più diffusa la figura del business coach o del leader-coach. In questi casi il coaching risulta un metodo estremamente efficace per potenziare le attività del leader e del suo team.

Che cos’è il coaching?

Il termine coach (carrozza) deriva da Kocs, un villaggio ungherese che nel 1400 eccelse nella produzione di carrozze. La parola coach passò a identificare sia un mezzo di trasporto sia un’attività di accompagnamento per spostarsi da un posto a un altro, ossia da una situazione di partenza a una situazione di arrivo (obiettivo) in modo rapido ed efficace.

Molti anni dopo, nel 1972, Tim Gallwey pubblicò il libro “The Inner Game of Tennis”, dove sosteneva che “le sfide dell’esistenza si combattono in due aree, quella esteriore e quella mentale. Qui vanno sconfitti quotidianamente ostacoli che noi stessi ci creiamo limitando lo sviluppo del nostro pieno potenziale”.

Il libro fu rivoluzionario perché affrontava per la prima volta il tema di un metodo pragmatico e di una guida, di un coach, che aiutasse la persona a prepararsi dal punto di vista psicolgico e motivazionale, trovando le risposte e le risorse dentro di sé.

E qui entra in gioco John Whitmore, ex pilota automobilistico che, a partire dal 1979, con le sue pubblicazioni ha strutturato e divulgato il coaching. Whitmore scriveva: «Ai miei corsi di coaching chiedo ai partecipanti di pensare a un adulto della loro infanzia, non un genitore, ma a qualcun altro che ricordano con particolare affetto. (…) Poi chiedo loro di elencare quali siano le caratteristiche che rendono questa persona così speciale. Più o meno, le caratteristiche sono queste:

  • Mi trattava come se fossi un suo eguale
  • Mi ascoltava ed era interessato/a alla mia opinione
  • Mi dedicava il suo tempo e la sua piena attenzione
  • Mi metteva in discussione e mi sfidava
  • Credeva in me; era convinto/a che potessi farcela
  • Era divertente, entusiasta e mi faceva ridere
  • Con lui/lei mi sentivo accudito, amato, appoggiato e al sicuro
  • Mi rispettava

Il leader come coach

Il coach dunque è simile a quella figura che ci ha fatto sentire bene, che faceva il tifo per noi e sapeva che ce l’avremmo fatta. Il coach non è un né mentore, nè un insegnante. Non è neppure uno psicologo o un councelor, perché non si àncora al passato, ai traumi irrisolti o a particolari stati emotivi. E’ un professionista spesso formato a scuola di PNL, con ampie conoscenze nel campo delle neuroscienze, della comunicazione efficace, della motivazione, della leadership.

Il coach fa il tifo per il suo coachee

Alcuni grandi filosofi del passato, come Socrate nella Maieutica, sostenevano che non esiste l’insegnare, ma solo l’apprendere; che si può soltanto aiutare gli altri a comprendere. Ugualmente, il coach attiva consapevolezza, concretezza e autonomia nel coachee. Lo guida a definire obiettivi precisi e a raggiungerli nei tempi prefissati.

Il coach risveglia nel cliente, alla luce della realtà attuale e di una determinata situazione, le soluzioni ai problemi. Utilizza domande potenti e ascolto attivo, per focalizzare obiettivi realistici e al contempo ambiziosi. Condensa in processi e tecniche agevoli la possibilità di trasformare un team spento o problematico in un team altamente performante.

Del resto, i tempi cambiano e il leader direttivo, esclusivamente orientato al compito, necessita di assumere un nuovo modello di leadership: la leadership situazionale, in grado di adattarsi con flessibilità alla nuova realtà della propria azienda e al nuovo mercato. Il leader contemporaneo ha la necessità di sapere che cos’è il coaching.

Il 60% di coach profssionisti in Italia sono donne

Il coaching si impara

Tutti i metodi e le tecniche di coaching (utilizzati dal 42% dei manager al mondo, ma assai meno in Italia) partono da un unico presupposto: non si diventa coach in un giorno. Nei miei corsi utilizzo un’intera lezione non per parlare di coaching, bensì per aprire le menti, per fare uscire dalla comfort zone il manager o dipendente vecchio stile. Poiché la cosa più difficile da affrontare è il cambiamento, il rischio di non essere al passo con i tempi, o, per usare un’altra metafora: il rischio di perdere il treno. In effetti, il treno sta già correndo, fuori e dentro di noi, ne sentiamo il palpito.

Dobbiamo accendere il motore, scegliere il carburante giusto e andare dritti alla meta. Il mio primo step è un’analisi dei bisogni, poi con il leader e con il team. Poi occorre verificare se la figura manageriale può rivestire in prima persona il ruolo da coach, oppure se occorre inizialmente un coach esterno. In tal caso, il mio intervento si risolve con un progetto preciso, concentrato nel tempo e mirato per il manager e i suoi collaboratori.

Grazie al coach esterno il team acquisirà gli strumenti psicologici e comportamentali per affrontare successivamente qualsiasi altra sfida, in maniera autonoma e adeguata.

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Che cos’è il mirroring? Un’ottima tecnica di comunicazione.

Che cos’è il mirroring? Il mirroring (o rispecchiamento) non è solo una tecnica informatica. E’ anche una tecnica di comunicazione che ci permette di relazionarci meglio con gli altri.

In verità, utilizziamo il mirroring tutti i giorni. Ma nella maggior parte dei casi lo facciamo inconsciamente. Ad esempio, a chi non è mai capitato di rispecchiare immediatamente i gesti, le parole, la camminata di una persona molto piacevole? Questo accade per merito dei neuroni specchio.

Il mirroring rafforza l’empatia

I neuroni specchio furono scoperti dall’equipe italiana del Dott. Rizzolatti  (1980-2001) che li identificò per la prima volta in una scimmia, la Maccaca nemestrina. L’equipe localizzò i neuroni nella corteccia premotoria, specializzata nel pianificare, selezionare ed eseguire i movimenti. Successivamente, i neuroni specchio furono cercati negli esseri umani, per capire se avessero una relazione con l’apprendimento, l’imitazione e l’empatia.

Mettersi nei panni degli altri

Dagli studi effettuati in diverse aree scientifiche è emerso che lo sviluppo dei neuroni specchio è necessario all’evoluzione umana. Ci permette di fare ascolto attivo, immedesimandoci nelle situazioni che qualcun altro sta vivendo. Quando vediamo una persona che cammina trafelata o cade, possiamo sentire la sua paura o il suo dolore. Come se stessimo compiendo noi stessi l’azione!

Di fronte all’espressione di una persona i neuroni inviano messaggi a diverse aree cerebrali. Ci aiutano ad interiorizzare, ripetere e soprattutto comprendere un’emozione o un’azione che abbiamo appena visto, dandole un senso. In questo modo accediamo ai nostri ricordi e apprendimenti pregressi. Poi uniamo tutte le informazioni e siamo in grado sia di interpretare l’intenzione degli altri sia di prevedere in quale modo comportarci.

Naturalmente il mirroring ci rende assai influenzabili. Gli stati d’animo altrui possono modificare il nostro umore e risultare estremamente contagiosi.

Eperimento sociale in metropolitana: tutti ridono senza un perché, solo per mirroring

Che cos’è il mirroring? Non è fare il pappagallo!

Fin da piccoli imitiamo gli altri, magari per gioco: “Non fare il pappagallo!” ci dicono, oppure “Non scimmiottare!”. Pur tuttavia le scimmie attivano i neuroni specchio soltanto quando vedono un altro soggetto realizzare un’azione, mentre noi siamo capaci di fare delle ipotesi riguardo le sue intenzioni.

Da bambini imitiamo i gesti della mamma, poi giochiamo a fare il dottore, il cuoco, ecc. Crescendo avremo idoli e persone da emulare. Persino da adulti rivestiremo tanti ruoli diversi, a volte fingendo di essere chi non siamo. Ecco perché esistono il cinema e il teatro: nascono dalla necessità umana di imitare e di vivere altre realtà. Dunque l’imitazione e l’emulazione fanno parte del mirroring.

“Non fare il pappagallo!”

Dal punto di vista medico, il fenomeno del mirroring ha permesso di individuare una relazione fra empatia e patologie di relazione, come ad esempio l’autismo. Dal punto di vista della comunicazione efficace, esistono diverse tecniche di rispecchiamento per diventare più empatici e persuasivi. Non basta imitare educatamente chi abbiamo di fronte, facendoci specchio di alcune sue azioni, ordinando lo stesso drink al bar, ecc. Possiamo anche utilizzare l’udito e il parlato per creare un terreno comune, fatto di ascolto attivo e possibilità cooperativa.

I vantaggi del mirroring

Utilizzato in maniera consapevole, il mirroring è estremamente utile nella vita di tutti i giorni, perché ha il vantaggio di creare rapport senza necessariamente conoscere la storia dell’individuo che abbiamo di fronte, né di condividerla (cosa che richiederebbe tempi più lunghi).

Il rispecchiamento è fortemente utilizzato nella psicologia di Karl Rogers e nella Programmazione Neurolinguistica. E’ oggetto di ricerca in diversi atenei, fra cui l’Università di Palermo dove la dottoressa Elena Mignosi ha teorizzato una Tecnica di rispecchiamento verbale (2001). Eccone alcuni spunti interessanti:

  • RIPRESA AD ECO Ripresa di una parola chiave del discorso, o ri-proposizione delle ultime parole per incoraggiare a continuare
  • RISPECCHIAMENTO SELETTIVO Ripresa di frasi salienti, precedentemente pronunciate, per riprendere un discorso dal quale ci si è allontanati e sul quale si vuole ritornare
  • RIFLESSO DEL SENTIMENTO Ri-proposizione di sentimenti che sono sembrati sottesi alle parole 
  • RIFORMULAZIONE Ripresa di ciò che si ritiene essere saliente, senza aggiungere nulla di personale (diverso da un intervento che tende a chiarificare, correggere)
  • RIEPILOGO Riassumere le parole dell’interlocutore, riproporre, riorganizzandoli, gli elementi del discorso sotto forma di ipotesi
  • CONCLUSIONE DI UNA FRASE LASCIATA IN SOSPESO Proporre, anticipandolo, un termine congruente con quanto si sta dicendo in situazioni di difficoltà a continuare da parte dell’interlocutore (quando non vengono le parole)

Concludendo, che cos’è il mirroring? E’ una qualità che viene inconsciamente utilizzata dalle persone e denota un maggiore o minore grado di affiatamento. Durante i miei corsi, noto come il mirroring può aiutare nel lavoro e nella comunicazione interpersonale, creando una maggiore intesa con gli altri. Naturalmente serve anche a difenderci dalla manipolazione di chi trasforma il rispecchiamento in un’arma di persuasione occulta.

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Leadership femminile: come diventare più forti.

Leadership femminile: come diventare più forti? Quali caratteristiche deve avere una donna per essere un leader?

Questo video illustra in maniera divertente alcune differenze tra uomini e donne.

Come dice Velasco, le donne forti, le campionesse, hanno bisogno di una motivazione di tipo affettivo. Nella maggior parte dei casi non desiderano il successo per orgoglio personale e neppure per dimostrare qualcosa agli altri. Piuttosto per ragioni relazionali. E la relazione a cui le donne tengono di più è quella con sé stesse.

Essere se stesse

Madri, manager, compagne di vita: non importa quale ruolo le donne scelgano di interpretare. L’importante è rendere conto a sé stesse delle proprie scelte, del proprio comportamento, di ciò che provano, in un equilibrio delicato di attenzione alla propria persona e agli altri.

D’altro canto per potersi esprimere liberamente è necessario avere i mezzi per farlo. Ed è per questo che sempre più donne cercano un’indipendenza economica, la sicurezza di potersela cavare da sole in ogni circostanza. L’obiettivo è poter fare affidamento sulle proprie risorse senza dover dipendere finanziariamente ed emotivamente da un’altra persona o dalla società. Per affermare il proprio valore, il proprio potere e la propria femminilità.

Un equilibrio delicato

Ma che cos’altro può minare la leadership femminile? A volte la difficoltà di conciliare famiglia e carriera. Spesso, gli ostacoli sono più subdoli e comprendono tutta una serie di retaggi culturali, psicologici, emotivi. In particolare i cosiddetti gender bias assai duri a morire. I pregiudizi di genere non sono perpetrati solo dagli uomini, ma anche dalle donne. Tanto che nel linguaggio comune si usa dire che una donna forte “ha le palle”, perché assomiglia a un uomo!

Per diventare leader, una donna deve riuscire a superare la paura di sbagliare, il timore del giudizio degli altri e i sensi di colpa, incrementando le buone qualità spiccatamente femminili e mixandole sapientemente con la fiducia in sé stessa.

Leadership femminile

Tra le donne che hanno cambiato il corso della storia, dimostrandosi eroine di resilienza, ricordiamo:

  • Emmeline Pankhursta, che ottenne il voto alle donne in Inghilterra nel 1926
  • Nilde Iotti, partigiana e esponente di spicco del PCI nella Prima Repubblica
  • Golda Meir, prima donna a diventare Primo Ministro in Israele, nel 1968
  • Indira Gandhi, politica indiana, che diede la vita per il suo paese
  • Wangari Maathai, fondatrice nel 1977 del Green Belt Movement in Kenya
  • Eva Peron, first lady argentina che si mosse in favore delle donne e dei poveri

Pensiamo poi alle più recenti first ladies come Hillary Clinton, candidata alle presidenziali statunitensi, Michelle Obama, Brigitte Macron

La famiglia Obama, ritratto ufficiale

Fra le donne leader nel settore imprenditoria abbiamo giovani italiane che hanno raggiunto il successo grazie ai social, Chiara Ferragni in testa, nonché alcune esponenti di spicco della moda italiana fra cui Miuccia Prada.

In altri settori emergono Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria e poi di ENI, Fabiola Gianotti, fisica di fama internazionale attualmente direttrice generale del CERN e Marina Salomon, presidente di Doxa dal 2012. Sapevate poi che dietro l’enorme successo di Google e Youtube c’è una donna? Di chi si tratta? Vi invito a scoprirlo.

Come diventare più forti

Quindi, che cos’hanno in comune le leader fra loro? Sicuramente hanno chiari i propri desideri, nella testa e nel cuore; in secondo luogo sono consapevoli di possedere caratteristiche squisitamente femminili. Per esempio la capacità di persuasione, una visione della vita inclusiva e ad ampio spettro, l’intuito e il problem solving. Le donne, inoltre, sono spesso pragmatiche e solidali, capaci di trovare con flessibilità vie ottimali di conciliazione.

Avere chiari i propri desideri

Gli esperti consigliano di seguire 6 step utili a sviluppare la leadership femminile:

  1. praticare l’assertività
  2. prendere il controllo della propria sessualità,
  3. avere cura della salute
  4. imparare a gestire le proprie finanze
  5. seguire le passioni
  6. contribuire alla comunità. (Perché, come abbiamo visto in questo articolo, quando una donna vuole essere più forte lo fa per rispondere a dei valori di affiliazione, il che significa che, in fin dei conti, vuole essere una leader per fare del bene a se stessa e agli altri.)

Personalmente ho sviluppato la mia leadership soprattutto nel settore della formazione in aula, e nel teatro, dirigendo oltre quattrocento gruppi teatrali. Probabilmente per rispondere ai miei valori di affiliazione, la mia attenzione si è rivolta in modo particolare al tema della donna. Sempre ho cercato di dare dignità a diverse figure femminili. Attraverso progetti culturali e performance amo valorizzare figure di donne umili o potenti, di oggi o del passato. Semplicemente, donne, a cui è stato negato il diritto di essere… persone.

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Public speaking: parlare in pubblico con successo.

Si dice che la paura di parlare in pubblico sia la più diffusa al mondo, dopo la paura di morire. Invece è possibile imparare a parlare in pubblico con successo, senza fatica e senza paura.

Ecco una scena divertente del pluripremiato Il discorso del re. Il film racconta la storia vera di re Giorgio VI d’Inghilterra (Colin Firth), che non riusciva a parlare in publico.

Che cosa è accaduto? Il re si è lasciato andare! E questo è il primo passo.

Chi riveste delle cariche pubbliche, un politico, un attore, un insegnante, un relatore… è costretto a parlare in pubblico quotidianamente. Anche se non appartenete a queste categorie, prima o poi capiterà anche a voi.

L’occasione potrebbe essere una semplice riunione condominiale, un briefing aziendale, l’assemblea di classe, la discussione di laurea… Certo immaginerete che è molto diverso parlare di fronte (o in mezzo) a un gruppo, piuttosto che a un solo interlocutore. Uno dei motivi è che il numero di ascoltatori spaventa e se ne teme il giudizio.

Parlare in pubblico

L’immagine sottostante, rielaborata dal modello matematico di Shannon e Weaver,  mostra i tre parametri della comunicazione:

  1. la fonte, l’emittente, ossia colui che emette il messaggio secondo un codice prescelto (ad esempio, una persona che pronuncia una frase in italiano)
  2. il messaggio, che viene comunicato a livello verbale, paraverbale, non verbale, implicito, di contesto, ecc. attraverso un determinato canale, più o meno disturbato (ad esempio voce, microfono…)
  3.  il destinatario, vale a dire colui che decodifica e riceve il messaggio

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Per parlare in pubblico con successo è necessario lavorare su questi tre parametri. Innanzitutto occorre siate consapevoli che non si può non comunicare: persino se rimanete immobili e in silenzio, chi vi osserva cerca di interpretare l’assenza di parole e la vostra mancanza d’azione.

Mettendo il focus sul messaggero, dunque, ammetterete che l’occhio vuole la sua parte e che l’abito… fa il monaco! Una persona curata, il più possibile attraente, coerente con il contesto e il ruolo che riveste, possiede già ottime basi per il public speaking. Pochi secondi, in genere sei o sette, basteranno al pubblico per farsi un’idea su di voi! Quindi il look, lo spirito e la sicurezza con cui vi presentate sono importanti tanto quanto la competenza dell’argomento trattato.

Ciò che conta in assoluto è però l’affect. Suscitare fiducia, dimostrarsi umani e credibili. In una parola, essere autentici.

Il messaggio giusto: forma e contenuto

Una volta scelto il codice, vale a dire il linguaggio da usare, più o meno tecnico, forbito ecc. il messaggero dovrà decidere il contenuto e la forma del messaggio. E’ fondamentale che il messaggio sia chiaro, inequivocabile, completo. Potremmo dire che un buon messaggio è simile a un buon piatto: occorre curarne la presentazione, il gusto, l’originalità.

Un buon discorso è simile a un buon piatto

Un buon piatto deve solleticare tutti i nostri sensi, non basta che sia commestibile! Lo speech giusto, come il cibo, deve arrivare alla pancia e al cuore. Deve emozionare positivamente. Sarà costituito da parole accattivanti ed eviterà le cosiddette parole killer, cioè termini dal connotato negativo che possono provocare distrazione, disagio, noia, perplessità.

Mentre parlate la vostra attenzione deve essere rivolta interamente al pubblico. Infatti, se riguardate il modello di Shannon e Weaver, noterete lo spazio dedicato al feedback. Ogni messaggio ha un obiettivo, sempre, ed esige una risposta. Una call to action!

Che cosa desiderate ottenere dai vostri interlocutori? Volete semplicemente informarli oppure convincerli di qualcosa? Volete che acquistino un servizio o un prodotto? Che collaborino a un progetto? Che siano d’accordo con voi? Che cambino atteggiamento o comportamento? Abbiate le idee chiare, in proposito.

Parlare meglio e senza fatica

Un buon comunicatore conosce i propri utenti, il target a cui si rivolge: età media, sesso, lessico, gusti, abitudini, competenze… Perché ogni pubblico è diverso da un altro ed è pronto a reagire in maniera differente a ciò che vede e ascolta. Quindi ogni discorso va scritto su misura.

Inoltre, un buon comunicatore:

  • studia gli spazi, il contesto e la prossemica che saranno teatro della sua performance
  • gestisce la postura e il body language
  • memorizza al meglio il proprio speech
  • sa gestire le domande del pubblico
  • non sforza la voce, non fa fatica a parlare a lungo, non ha mal di gola
  • conosce la differenza fra stress buono e cattivo (distress, eustress)

Grazie ai miei trent’anni di esperienza in teatro e in aula ho messo a fuoco le migliori tecniche ed escamotages per un public speaking efficace. Sono entusiasta di approfondire e condividere con voi gli argomenti solo sfiorati in questo articolo, unitamente alla scrittura dei discorsi, ai toni, alle espressioni e ai gesti specifici che aggiungono valore allo speech.

Durante i miei corsi o lezioni individuali, come nellevento dell’ 11 maggio, offro anche esercizi utili alla memorizzazione e al miglioramento del proprio stato d’animo, sicurezza, relax, igiene vocale necessari ad affrontare qualsiasi tipo di uditorio e qualsiasi durata di conversazione.

Credetemi, basta poco per iniziare! Attraverso un’esperienza guidata imparerete persino a sentire il respiro del pubblico, il suo stato d’animo. Vi adeguerete alla platea, sfruttando addirittura la sua energia: anche questo significa parlare in pubblico con successo!

Per maggiori info: veronica.talassi@gmail.com

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Come imparare a leggere le emozioni.

Vi è mai capitato di dire, o di sentirvi dire: te lo leggo in faccia? Volete imparare a leggere le emozioni sul volto delle persone?

Sicuramente se fossimo in grado di osservare meglio il nostro interlocutore, decifrando le sue emozioni e riuscendo a capire se dice la verità, tutto sarebbe più semplice. Potremmo evitare fregature, malintesi, perdite di tempo. Sia nelle situazioni lavorative che nelle relazioni interpersonali.

Infatti, noi usiamo il linguaggio verbale insieme ad altri tipi di comunicazione. Usiamo la comunicazione implicita, la comunicazione paraverbale (toni, volumi, pause, registri… che colorano il nostro linguaggio), la prossemica e la comunicazione non verbale. In particolare ci esprimiamo attraverso il corpo e le espressioni facciali.

Potremmo dire che un’espressione dipinta sul volto, la maniera in cui ci tocchiamo il viso mentre parliamo, la dilatazione della pupille, ecc… valgono più di mille parole. Per questo motivo diversi studiosi si sono cimentati nello studio della comunicazione non verbale (CNV).

Ekman e le sette espressioni universali

A partire dagli anni ’70 lo psicologo Paul Ekman studiò alcune tribù primitive (Papua Nuova Guinea) e poi via via individui dei paesi più civilizzati, per verificare in quale maniera esprimessero le emozioni.

Nonostante le differenze sociali e culturali, Ekman scoprì che esistono sette emozioni ugualmente espresse sul volto degli esseri umani. Quindi mappò queste espressioni suddividendo il volto in singole unità di movimento (circa settatanta in tutto classificate nel FACS o Facial Action Coding System). Queste unità, combinate fra loro, danno vita a tutte le nostre espressioni facciali, comprese le emozioni primarie universali, che sono:

  • Rabbia
  • Paura
  • Gioia
  • Tristezza
  • Sorpresa
  • Disgusto
  • Disprezzo

Ad esempio, un cinese e un africano, appartenenti a due culture molto lontane fra loro, esprimeranno con tempi e intensità diverse le emozioni primarie. Tuttavia, se entrambi sono autenticamente felici esprimeranno la gioia in maniera identica. Solleveranno gli angoli della bocca, schiuderanno le labbra, strizzeranno gli occhi a formare le cosiddette zampe di gallina, ecc.

Come imparare a leggere le emozioni

Il volto parla, dunque, e provare emozioni è estremamente positivo! Il problema è riconoscerle e gestirle. Le emozioni attivano processi fisiologici che si sono sviluppati nel corso dell’evoluzione: nel caso della rabbia e della paura allarghiamo le narici per inalare una maggiore quantità di ossigeno, pronti all’attacco (per la rabbia) o alla fuga (per la paura). Ecco perché le emozioni primarie si esprimono nello stesso modo per tutti in tutto il mondo! Perché sono fondamentali per la nostra sopravvivenza.

Il corpo non mente

Il corpo non mente: la comunicazione corporea (body language) è incontrollabile e involontaria. Dunque, non riuscirete a mentire , a meno che non siate attori navigati. Non riuscirete a mentire nè con gli occhi nè col naso!

Il naso? Già, il naso. Ricordate Pinocchio? Anche il naso serve per comunicare e un giorno approfondiremo volentieri il suo ruolo di collaboratore con tutte le altre parti del viso.

Anche il naso comunica

Certo le emozioni primarie non emergono sempre in maniera palese. Più spesso formano delle microespressioni facciali, che durano un quarto o un quinto di secondo; soltanto un occhio esperto e un fermoimmagine possono coglierle. E a questo proposito vi consiglio un test per saggiare le vostre doti.

Del resto, ciascuno di noi può considerarsi più o meno empatico, naturalmente portato a decifrare la comunicazione non verbale, ma attenzione! I pregiudizi, le scarse informazioni sul contesto e la mancanza di conoscenze tecniche possono minare l’ intuizione e causare gravi errori di valutazione.

Proprio grazie al lavoro pionieristico di Ekman, oggi esistono scuole e corsi che formano esperti in body language. Questi esperti sono talmente bravi che negli USA, quando interrogano i sospettati nei processi penali, ottengono risultati positivi pari al 76% rispetto al 55% della macchina della verità.

Come imparare a leggere le emozioni

Quante volte diciamo sì con la bocca ma il corpo reclama un no, o viceversa? Quante volte il corpo ci avverte di fare attenzione a qualcuno o a qualcosa prima che intervenga la nostra mente razionale? La mente, occupata a decifrare il linguaggio verbale, ci può ingannare. Ed è proprio la CNV che ci viene in aiuto, permettendoci di ascoltare i segnali emotivi che il nostro stesso corpo ci invia.

Personalmente, posso dire che conoscere meglio la comunicazione non verbale mi ha cambiato la vita. Ora comprendo più facilmente i messaggi degli altri, inclusi quelli che non vengono detti ma che traspaiono, incosciamente, sul viso.

Vi invito a vivere quest’avventura insieme a me, per sviluppare il vostro intuito e arricchire le vostre conoscenze di body language. Mediante corsi o incontri individuali, otterrete maggiore autoconsapevolezza, chiarezza d’intenti, attenzione, fiducia. Applicherete quanto appreso nella vita quotidiana, in famiglia, con il partner, sul lavoro e, con le dovute attenzioni, persino ai primi incontri.

Diventerete migliori ascoltatori e comunicatori. Scoprirete che

  • imparare a leggere le emozioni è divertente
  • imparare a leggere le emozioni rende più sicuri
  • imparare a leggere le emozioni aumenta il vostro potere contrattuale

E molto altro.

Per info: veronica.talassi@gmail.com

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Team building, per una squadra vincente.

Lavoro di squadra

Che differenza c’è fra gruppo e squadra? In quali casi occorre fare team building, per ottenere una squadra vincente?

Innanzitutto, il team si differenzia dal gruppo per il numero dei partecipanti, più ristretto (da 3 a 20/30 persone circa). Queste persone comunicano efficacemente e di certo non si sono messe insieme per caso. Ad esempio, un gruppo di individui in fila alla posta non è un team!

In base ad un ruolo ben preciso e interdipendente, ogni membro del team collabora al raggiungimento di un obiettivo comune ed è responsabile per se stesso e per gli altri. Anche la durata e la stabilità sono specifiche: un team può formarsi, sciogliersi, cambiare o ricostituirsi secondo le esigenze di un’ organizzazione o degli individui stessi.

Team building, per una squadra vincente

Fin dagli anni ’50 un grande psicologo, Kurt Lewin, chiarì che: “il tutto è differente dalla somma delle parti”. Il che significa che il valore della performance complessiva di un team non è calcolabile sommando le singole competenze e i singoli goal degli individui, ma si basa sulle dinamiche relazionali.

Il senso di un destino comune ed una maggiore propensione al rischio sono alcune delle caratteristiche del ‘pensiero gruppale’ che dev’essere conosciuto approfonditamente per far sì che le performance del team siano vincenti. A questo scopo è fondamentale un accurato lavoro di team building, indoor o outdoor, ovunque vi sia un’esigenza di… lavoro di squadra.

Un destino comune

Il Team building outdoor , si svolge fuori sede e “prevede l’organizzazione di attività ludiche e sportive, di solito a contatto con la natura. (…) Dover affrontare situazioni distanti dal normale contesto lavorativo per raggiungere un obiettivo comune e condividere esperienze insolite, lontane dalla quotidianità, emotivamente impegnative, alimenta lo spirito di gruppo e stimola il problem solving.”

4 x 4, trazione integrale

Invece il team building in aula, di cui mi occupo spesso, considera con più attenzione il gruppo come un’entità assai complessa, che funziona bene se questi quattro aspetti sono in armonia fra loro:

  • Struttura motivazionale (definizione degli obiettivi e progetto volto al loro raggiungimento)
  • Struttura organizzativa (definizione della posizione e delle competenze dei vari membri)
  • Struttura normativa (definizione e condivisione delle norme di gruppo)
  • Struttura gerarchica e di leadership (variante anche dei tipi di leadership)

Possiamo paragonare queste strutture alle quattro ruote motrici di un’automobile: occorre valutare quale ruota è sgonfia, cioè quale aspetto deve essere maggiormente potenziato. Il team è sottomotivato? I ruoli sono poco definiti o male interpretati? Oppure la comunicazione è insufficiente?

E’ fondamentale evidenziare anche gli eventuali conflitti all’interno del gruppo perché, contrariamente a quel che si crede, i conflitti non vanno smorzati. Diversi studi provano che un team eccessivamente stabile, privo di tensioni,rischia di adagiarsi e abbassare la produttività, oltre a diminuire le capacità di produrre soluzioni originali e flessibili al cambiamento.

4 x 4 trazione integrale

L’innovazione e la crescita dipendono dunque dalla possibilità che ciascuno possa esprimere liberamente il proprio dissenso all’interno del team e la propria diversità.

Far coincidere la vision del leader con la vision del team

Se parliamo di gestione dei conflitti e comunicazione efficace parliamo dunque di relazioni, sia fra i membri del team (con interventi di team building creativo) sia fra il gruppo e il leader. Perciò sovente il team building si concentra sulla leadership. Certo, esistono vari tipi di leadership e avremo occasione di approfondire l’argomento in un articolo apposito.

Personalmente ho notato che una delle prime sfide è quella di far coincidere la vision del leader con la vision del team. Per questo, propongo percorsi ad hoc per qualsiasi team di lavoro, dopo un’accurata analisi del contesto, della leadership, di tutte le persone coinvolte e degli obiettivi da raggiungere. Progettare un intervento di team building è come progettare un abito su misura, comodo, elegante e soprattutto adatto a tutte le occasioni.

Indubbiamente il team – una volta costituito e con il leader pilota a bordo – può gestire ogni situazione reggendosi sulle proprie gambe, anzi, sulle quattro ruote motrici! Può farlo in autonomia, con flessibilità, con entusiasmo sviluppando una strategia reiterabile e vincente.

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Quali sono davvero i nostri sogni?

Quali sono davvero i nostri sogni? Che cosa ci spinge a rialzarci, come accade a Keanu Reeves in Matrix?

A volte basta poco per abbatterci: una parola sentita in un momento particolare della nostra vita, il commento di una persona importante, la risposta a una richiesta che aspettavamo con ansia e la risposta è no. Così, la delusione brucia. Soprattutto quando ci abbiamo messo l’anima in un progetto, quando abbiamo investito tanto in termini economici, di tempo; in termini di fede in qualcosa, in qualcuno, in noi stessi.

Possiamo domandarci di chi è stata la colpa, forse nostra, degli altri, del contesto. Se era il momento giusto, il team giusto, la strada giusta. Soprattutto potremmo chiederci: quali sono davvero i nostri sogni?

Quali sono davvero i nostri sogni?

Un famoso proverbio recita: “Ogni mattina in Africa, quando sorge il sole, non importa che tu sia un leone o una gazzella, devi correre.” Perciò il leone e la gazzella agiscono nello stesso modo, ma ciò che cambia è perché lo fanno. Ovviamente il leone corre perché ha fame, mentre la gazzella corre per salvarsi la vita. Due motivazioni differenti ma legate entrambe alla sopravvivenza.

Molto spesso, durante i corsi di coaching e sulla motivazione, mostro la Piramide dei bisogni di Maslow:

Come vedete, al primo gradino troviamo i bisogni primari, quelli legati alla sopravvivenza, alla corsa del leone e della gazzella. Tuttavia ognuno di noi, almeno una volta nella vita, può aver rinunciato a bere o a mangiare perché spinto da un bisogno più grande. Oppure ha perso molte ore di sonno per accudire un figlio, viaggiare di notte, preparare un esame, una presentazione in azienda, ecc. In questo caso, saliamo la piramide di qualche gradino sussurrando: I have a dream.

I have a dream

Non molti sanno che nel celebre discorso I have a dream di Martin Luther King, soltanto i primi sette paragrafi del discorso erano preparati! Il consigliere di King, l’amico C. B. Jones, racconta: “Avevamo selezionato insieme i temi e lui aveva steso il testo. Poi a un certo punto Mahalia Jackson, la grande cantante gospel che aveva aperto la manifestazione, ha iniziato a urlare: Parla del sogno, Martin! Parla del sogno!

Ero a pochi metri di distanza – continua Jones – e ricordo benissimo che King ha accantonato i fogli e ha preso a parlare a braccio. La parte che è entrata nella storia era in realtà improvvisata, ed è anche questa la sua forza. Con un discorso spontaneo ha espresso un concetto che si può riassumere in tre parole: All, Here, Now. Vogliamo tutto, qui e ora. “

I have a dream
I have a dream

Non possiamo tralasciare il valore che la spontaneità e l’improvvisazione hanno avuto quel giorno, non possiamo dimenticare che i sogni ci appartengono ma che, in un certo senso, noi apparteniamo a loro. E ci chiedono inesorabilmente di esprimerli, di seguirli, di tentare e ritentare di realizzarli, fedeli alla nostra essenza.

Andiamo a scoprire motivazioni e risorse

Quindi le prime domande da porci sono: quali sono davvero i nostri sogni, che cosa ci fa stare bene, che cosa ci piace, che cosa ci fa svegliare la mattina nonostante le preoccupazioni, il sonno, la pioggia,… i leoni? Quale sogno ci motiva a rialzarci ogni volta dopo un rifiuto, una perdita, una delusione, una sconfitta?

Allora scopriremo che buona parte dell’iceberg delle nostre motivazioni è ancora nascosto, così come soggiacciono in profondità buona parte delle nostre risorse. La mia proposta è quella di accompagnarvi individualmente o in team a fare chiarezza sulla motivazione, sul sogno motore che vi accende, che vi fa stare bene. Che vi fa dire: “Perché così ho scelto”.

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